L'Italia concede a Trieste lo storico Porto Franco ma lo nega a Messina

trieste porto nordL’Italia riconosce la particolare vocazione di Trieste ad essere punto di sbarco e di imbarco merci per il Continente europeo.
È una vocazione territoriale che risale ai tempi della dominazione asburgica, e che è rafforzata dalla condizione territoriale “mutilata” che è seguita alla II guerra mondiale e al Trattato di Osimo. La Venezia Giulia, al 90 % allora diventò Jugoslavia (oggi Slovenia e Croazia), con la pulizia etnica quasi totale della popolazione di lingua italiana, mentre il capoluogo, Trieste, rimase “attaccato” all’Italia, senza retroterra, anzi con quel “briciolo” di terra che serviva appena a dare continuità tra questa città e il resto d’Italia.
Lo Statuto speciale del Friuli-Venezia Giulia nasceva da questa peculiarità territoriale e istituzionale, oltre che dalla tutela, in verità “minimale”, dei pochissimi sloveni rimasti dal lato italiano del confine (se fosse per questo anche il Piemonte dovrebbe esserlo per le piccole comunità occitane delle sue valli alpine), oltre che dei ladini della Carnia.

Quell’Autonomia, come le altre “alpine”, garantite da potenze estere, ha funzionato, bene o male, un po’ meno che Val d’Aosta o Trentino-Alto Adige, ma certo molto più delle due autonomie insulari, “finte”, in realtà coloniali.
Adesso arriva il riconoscimento a Trieste, e ancora una volta l’Italia dimostra che a Nord del Tronto e del Garigliano iniziano i cittadini italiani: Napolitani, Siciliani e Sardi, sono solo sudditi coloniali, privi di ogni diritto, tutt’al più ogni tanto, se fanno i bravi, qualche concessione.
Venendo in Sicilia, Messina si trova più o meno nelle stesse condizioni di Trieste.
Non “porta del continente”, ma “stazione di passaggio” naturale, punto mediano, della rotta mercantile più trafficata al mondo.
La sua vocazione portuale è geografica e storica. Ai tempi del Regno di Sicilia godeva di molti privilegi, ben prima che Trieste, e del Porto Franco. Una banca pubblica tutta sua era stata fondata per questo (la “Tavola” di Messina) e sempre a Messina fu fondata la prima società anonima siciliana, una sorta di piccola “Compagnia delle Indie”, su imitazione di quella napoletana nata pochi anni prima per il Regno di Napoli, su iniziativa del governo borbonico nel ‘700.
Nell’ambito della ZES, che già propone per tutto il territorio della Sicilia lo status di “zona doganale speciale” (in breve, “zona franca” o “free zone”), uno status speciale merita Messina, che ha diritto e interesse ad avere il suo “Porto Franco”, in esenzione totale di dazi e imposte indirette, quindi in modo ancor più radicale che la stessa Sicilia.
E non è un’idea nostra, di oggi.
Già negli anni ’50 la Regione Siciliana, prendendo sul serio le proprie prerogative, creò l’Ente Porto di Messina, per ripristinare il “Porto Franco”.
Su questo tentativo si scagliò, con tutta la violenza e l’arroganza del dominatore, lo Stato italiano che ha impedito tutto, sino ad oggi. Addirittura subordinando il porto di Messina, violando lo Statuto, ad un’autorità di vigilanza esterna all’Isola, il porto di Lamezia Terme.
Quello che agli italiani è concesso, e celebrato come una conquista nei TG, ai Siciliani è sistematicamente negato.
Con la benedizione dei ruffiani dei partiti italiani in Sicilia.
Vogliamo il Porto Franco a Messina.
E l’unico modo per farlo è l’indipendenza per lo Stato di Sicilia.

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