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di Giovanni Guadagna

È recentemente riapparsa agli onori della cronaca la vicenda relativa al possibile arrivo in città di un nuovo centro commerciale. Un’ampia area, ancora non confermata dalla multinazionale in questione, ma ricca di orti ed agrumeti.

Un’area residuale degli antichi coltivi che, per lo sviluppo di Palermo, hanno rivestito un indubbio valore storico oltre che naturalistico.

Un nuovo possibile insediamento, dunque, che farebbe seguito ad altri mega impianti, tutti più o meno riferibili ad imprenditori esteri o comunque lontani dalla Sicilia. In buona parte dei casi queste aree ricadono nella periferia. Il motivo è ovvio: l’enormità di tali insediamenti richiede la vicinanza di grandi vie di comunicazione ed una buona raggiungibilità (fatto, quest’ultimo, che non sempre si realizza). Perdiamo così il fruttivendolo, la pizzeria come la cartoleria sotto casa per andare a fare incetta di tutto nei grandi centri commerciali. Dagli occhiali, ai giocattoli, passando per i pneumatici, vestiti, scarpe, finanche piante, libri, arancine e cannoli, tutto è a disposizione del consumatore sebbene in funzione delle esigenze imprenditoriali che devono portare alla capitalizzazione di quanto investito.

In molti casi, vista la particolare ubicazione richiesta, i nuovi insediamenti che intestano al loro interno pure vie e piazzette, hanno occupato spazi “liberi”, ossia senza rilevanti antecedenti edificazioni. In altri termini, al di là del rispetto del Piano Regolatore e sue eventuali varianti, non può non supporsi come le aree in questione abbiano avuto, negli anni passati, una vocazione agricola.

 

Luoghi che, secondo altri modelli di sviluppo, potevano essere riqualificati con il recupero del verde storico da mettere poi a disposizione degli stessi quartieri periferici notoriamente appesantiti da pluridecennali problemi, tra i quali quelli derivanti da un’opprimente cubatura cementizia.

Si poteva pensare ad una scelta più varia, in continuità con la storia della città, da destinare allo svago e ad un tipo di imprenditoria ancorata al territorio; ove possibile, finanche tentare la riproposizione di ambienti naturali da destinare a scopi didattici. Non viene più ricordato, infatti, che l’ambito comunale di Palermo era orginariamente ricco di boschi, di acqua e di fauna. Molta fauna, alata e non, che fino al dopoguerra ancora annoverava specie di notevolissimo interesse naturalistico. Nidificavano, ad esempio, animali molto rari come il Grifone ed il Gufo reale mentre, non molto prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, veniva ucciso uno degli ultimi lupi siciliani. Non nell’ultima remota vallata delle Madonie o dei Sicani, ma a Bellolampo dove scendevano limpide le acque del torrente Celona. Siamo proprio ai piedi di quella che è poi diventata una montagna di rifiuti che ha generato il tanto velenoso percolato il quale, seguendo i solchi in parte inariditi degli antichi corsi d’acqua, parrebbe essere finito a mare.

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Ancora oggi, però, nella piana di Palermo vi sono numerosi coltivi ed aree da recuperare per dare corpo a quella “Natura” che, nonostante tutto, è ancora possibile respirare (se solo fosse resa disponibile) fin dentro la città. L’esempio forse più immediato è quello del fiume Oreto, vero e proprio scrignio di rilevanze naturalistiche ed ideale corridoio ecologico palesemente avvilito, nel tratto terminale, dalla canalizzazione e dalle fogne. Eppure, anche nelle ultime centinaia di metri dalla foce e nonostante il degrado, è possibile osservare numerose specie di uccelli oltre che alcune tra anfibi e rettili che ben rappresentano, nel loro complesso, la potenzialità naturalistica del luogo. Una valenza, questa, forse ignorata dal governo cittadino che ha riservato, nella scorsa primavera (ossia in pieno periodo di nidificazione), un incredibile intervento invasivo sulla vegetazione del tratto fluviale compreso tra il ponte di tipo Bailey, prossimo al quartiere Guadagna, e quello di via Oreto.

In un virgolettato riportato dalla stampa cittadina viene ora attribuito al Sindaco di Palermo, l’impegno per evitare ingerenze mafiose nel settore urbanistico. Il primo cittadino, inoltre, sembra rendere noto di “... aree periferiche idonee a grandi investimenti. Ed esattamente le Circoscrizioni II (Brancaccio, ndr), III, VI e VII di Palermo ... ”. Oltre a quella già specificata (comprendente altresì Ciaculli e Croceverde) si tratta di Circoscrizioni che includono i comprensori di Villagrazia-Falsomiele, Altarello, Mezzomonreale, Boccadifalco, Pallavicino, Tommaso Natale, Partanna Mondello.

È in tali posti, però, che appare difficile ipotizzare luoghi adatti ad ospitare grandi investimenti senza escludere ricadute sul territorio scampato ai passati, e pesanti, investimenti di edilizia residenziale e popolare.

Continuando a leggere il virgolettato appare chiaro come il Sindaco vuole evitare speculazioni mafiose e, ovviamente, la preoccupazione non può che essere condivisa. Il termine “speculazione”, però, ha un significato intrinseco che nel linguaggio economico non nasce con attribuzioni necessariamente negative. In sintesi, occorre capitalizzare quanto investito. Questo, purtroppo, è un principio generale al quale anche la mafia ha saputo attingere.

Tale ultimo interesse ha storicamente contribuito a ridurre enormemente lo spazio verde della Conca d’Oro, che di fatto non esiste più se non nei racconti malinconici di cosa abbiamo perso. Per vedere cosa era la cosiddetta costa sud (che in realtà è est) dobbiamo rifarci alle numerose marine dei pittori ottocenteschi. L’immenso verde che profumava fin dentro il centro abitato è invece rimasto nelle pellicole di chi pensò di immortalarlo come uno dei paesaggi più belli da ricordare. Quelle cartoline non rivivranno più, le abbiamo gettate sotto colate di cemento che si sono sostituite alla terra fertile incoscientemente ammassata nei mammelloni di Vergine Maria ed Acqua dei Corsari. Ancora oggi in alcuni punti, nonostante taluni interventi di contenimento, ad ogni mareggiata il mare inevitabilmente si infanga. È così per sempre scomparsa la bella costa rocciosa di Vergine Maria e quella anch’essa rocciosa ma più bassa, della costa “sud”. In compenso, a fronte di quanto costruito, abbiamo il centro storico, e non solo, con bassa densità abitativa.

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Dunque, sarebbe auspicabile che le aree residuali ancora libere dal cemento venissero subito tutelate. Fanno anch’esse parte del patrimonio storico culturale di un territorio maturato nei secoli ma forse non adeguatamente apprezzato nonostante i molti studi afferenti alle scienze naturali ed agrarie.

Se non si prova almeno a riflettere su ciò, si potrebbe forse evitare di continuare a piangere per i danni che i modelli passati hanno causato all’ambiente. Lasciamo perdere le struggenti vedute di una pianura colma di decine di migliaia di alberi di agrumi, scordiamoci pure il liberty andato in macerie e villa Deliella che non c’è più come i giardini che circondavano le residenze sia dei nobili che di ricchi commercianti, come quello di Villa Sofia e di tanti altri. Senza più memoria del nostro ambiente ci possiamo pure scordare il luogo della strage di Passo di Rigano (sette carabinieri uccisi ed undici feriti). Anzi quel luogo già da tempo non c’è più e si fatica a rintracciarlo con certezza essendo stato camuffato dallo sviluppo urbanistico. Il tempo senza memoria, poi, contribuisce a disperdere le notizie ed oggi si fa ancora confusione nel denominare la stessa strage. Per alcuni Passo di Rigano, per altri Bellolampo. In realtà, entrambe le località furono interessate dallo stesso disegno criminoso realizzatosi con la successione di due eventi che causarono la strage vera e propria nei pressi della prima località.

Il rischio è di scordarci tutto perchè ancora oggi stiamo continuando a banalizzare il territorio rendendolo simile a quello di tante altre città. Che cosa, ad esempio, ricollega il luogo ambìto dai centri commerciali ricadente nella cosiddetta periferia sud, al comprensorio dello storico corso della Favara? Luoghi fertilissimi alimentati dalla preziosa acqua che tutt’oggi scorre proprio da quelle parti. C’è, ad esempio, chi si ricorda della Regia Corte smembrata dalla vicina autostrada? Che senso ha pensare al Papireto ed al Kemonia nei secoli tombati, come al Passo di Rigano che fino al dopoguerra scorreva quasi fino a mare, se ci scordiamo di quegli ambiti fluviali rimasti forse solo perché già dimenticati?

La Palermo dei decenni scorsi, ha avuto buona parte delle sue campagne distrutte da un’economia infiltrata di mafia che però ha imposto modelli di sviluppo urbanistico paurosamente simili a quelli di altri centri urbani dove il molto poco desiderabile metodo mafioso non era ancora arrivato.

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La mafia è meglio lasciarla veramente fuori. Non deve entrare proprio da nessuna parte. Mettiamo da parte anche le polemiche di altro genere sui centri commerciali, anzi usciamo da ogni possibile equivoco. Proviamo a pensare a nuovi modelli basati magari su un’economia meno da capogiro ma maggiormente legata al territorio (inteso anch’esso produttivo) che, nel caso di Palermo, è storico, addirittura millenario. Purtroppo, almeno nel passato, questi spazi sono stati intesi come il west da conquistare ove costruire poverissime riserve indiane circondate da ambienti banalizzati se non addirittura desertificati. Se per molti palermitani lo Zen rappresenta un’altra città, quasi cinta da alte mura, proviamo a pensare cosa doveva essere (assieme ad altri quartieri della periferia) subito dopo la sua edificazione. Casermoni lanciati senza neanche un’adeguata rete viaria nel bel mezzo delle campagne. Quale ricettacolo di interessi potevano generarsi negli ancor più abbandonati cortili delle “insulae”? Nelle intenzioni originarie, dovevano incredibilmente servire a socializzare! A tali astrattismi come si è rimediato? Oggi per raggiungere un giardino pubblico partendo dallo Zen, bisogna percorrere non pochi chilometri.

Ambienti innaturali, uguali in tutto il mondo, lontani dalla preziosità di un antico agrumento come di un campo ora incolto ma da valorizzare.

Eppure la direzione urbanistica nella quale stiamo viaggiando sembra quantomeno parallela a quella degli anni “ruggenti”. Quanto scampato, va occupato e l’ex Conca d’Oro non cementificata sembra inesorabilmente doversi dividere tra quella parcellizzata nei micro giardini che fanno da contorno all’edilizia residenziale e l’altra delle aree agricole un po’ più vaste che ancora insistono nella periferia. Molte di quest’ultime ricadono proprio nelle Circoscrizioni che parrebbero essere interessate dai grandi investimenti.

Se già i più stretti riferimenti all’ambiente come valorizzatore della qualità della vita dell’uomo, sembrano passare in secondo piano, figuriamoci quelli attinenti agli aspetti naturalistici in quanto tali. Potrà mai interessare ad un amministratore comunale cosa cresce finanche sulle sponde canalizzate del fiume Oreto, così come pensare alle ornitocenosi dei residuali agrumenti della ex Conca d’Oro? Potrà mai attrarre la storia dell’ittiofauna del fiume che incredibilmente comprendeva anche il famoso Storione, quando bastano due parametri (non è una battuta, sono realmente due) dei prelievi di legge per far dire a qualcuno di volere riaprire la balneazione nella costa “sud”? Da quel fiume continua ad uscire palermitanissima acqua di fogna. Similmente, quale salubrità potrà garantire un fondale marino che per numerosi decenni ha ricevuto fogne e sfabbricidi? Qualcuno si è chiesto come mai le coste sabbiose (dovute alle manomissioni dell’uomo) che vanno da Sant’Erasmo fino ad Acqua dei Corsari non risultano coperte dai resti della Posidonia Oceanica (pianta marina che forse infastidisce i bagnanti ma è segno di ambiente costiero sano)?

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Un nuovo ambiente dovrebbe addolcire i frutti dei modelli edilizi che, negli anni passati, hanno occupato la piana di Palermo con un cemento gettato in maniera identica sia in viale Strasburgo che in via Gino Funaioli.

Dunque, non occupiamo più la Piana, lasciamola respirare. Se non possiamo più liberarla, rendiamola almeno vivibile, ossia abitabile nel pieno rispetto di tutte le componenti storico culturali, ad iniziare da quelle naturali. Soprattutto smettiamola di rimanere mummificati ai ricordi del sacco di Palermo. Continueremo così ad assorbire gli effetti di quei danni criminali. Le periferie rendiamole ricche ma non di sconfinati parcheggi e strutture modulari tutte più o meno uguali perchè destinate a vendere. Crediamo così di essere diventati europei o, secondo recenti definizioni, una sorta di latini mediorientali? Non saremo mai nessuno dei due. Non saremo più Palermitani ma abitanti per inerzia di luoghi uguali in tutto il mondo, siano essi europei che mediorientali. Soprattutto, proviamo a chiederci dove va a finire quella ricchezza raccolta per appagare i nostri bisogni quotidiani avvolti in allettanti spot pubblicitari ed offerte.

Siamo certi di non poterne più fare a meno?

Si parla tanto di mercati storici e non ci accorgiamo che la Vucciria, quella che abbiamo nei ricordi del quadro di Guttuso, non esiste più. Così è stato anche per il mercato di Lattarini, mentre il Capo ha perso la parte più profonda, quella di via Cappuccinelle. Rimane Ballarò delle mille polemiche che ha iniziato ad erodersi nella parte più a nord, tra taverne della movida importata e cibo veloce per i turisti. Finiti questi ultimi scampoli, lasciati a se stessi e spesso all’illegalità, finirà l’anima di Palermo e saremo tutti più poveri, senza più giardini ed il fruttivendolo sotto casa.

Giovanni Guadagna

Giornalista e Naturalista

 

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