Tricolore tagliato1

L’Italia repubblicana è istituzionalmente al collasso, il momento è grave. Non era mai successo che un Capo dello Stato impedisse la formazione di un Governo che, bene o male, avrebbe avuto la maggioranza in Parlamento. Le “prerogative” del Capo dello Stato in materia di nomina dei Ministri possono, molto al limite, indurre ad alcune possibili esclusioni su un piano di inopportunità o incompatibilità personale. Qui, invece, abbiamo assistito ad un vero e proprio veto su un piano strettamente politico e di politica economica. Sono le “politiche” espresse da quel particolare ministro ad essere state impedite, nonostante il voto e la rappresentanza parlamentare, e questo è semplicemente inaudito, incostituzionale, addirittura eversivo. Diciamo questo in condizioni di assoluta terzietà, giacché non ci convince affatto né l’opportunismo elettorale della Lega, né la strategia un po’ incerta e ondivaga del Movimento 5 Stelle, e comunque non ne sposiamo i rispettivi programmi né i metodi di azione politica e di organizzazione interna. Questo collasso, però, con tutta la sua gravità, potrebbe anche essere un’opportunità per la Sicilia; un’opportunità per porre finalmente al centro dell’agenda politica internazionale la Questione Siciliana. Perché è certo che non si tornerà indietro. Assistiamo oggi a un braccio di ferro da cui non sappiamo chi uscirà vincitore. Se vincerà l’asse della conservazione eurofanatica dell’establishment, contro ogni volontà popolare, sappiamo cosa ci attende: la Grecia, l’austerità, la fame.

E un’Italia fallita, sconfitta, ai piedi della Germania e della BCE, non potrà più continuare a saccheggiare impunemente la Sicilia come ha fatto in questi ultimi anni, anche solo per tentare di coprire la voragine del proprio debito. Non potrà più farlo, perché la Sicilia ha esaurito la propria capacità di essere saccheggiata. Una colonia non può, non potrà, permettersi di avere a sua volta una colonia al quadrato. Scoppierà la rivolta, pacifica per quel che ci riguarda, ma scoppierà. La Sicilia troverà in un modo o in un altro la strada per la propria libertà. Se invece vincerà quello che si autodefinisce il “Governo del cambiamento”, con le sue luci e le sue ombre, lo stesso si aprono opportunità per la Sicilia. Nessuno può mai immaginare che l’Italia si liberi dalle catene del Trattato di Lisbona per poi imporre impunemente le stesse catene alla Sicilia, come al Sud e alla Sardegna, ma a noi in particolar modo. Noi Siciliani non possiamo lottare, come nella I Guerra mondiale, per “l’Italia irredenta”, salvo poi restare il piedistallo e la ruota di scorta del resto del Paese. A quel punto si dovrà rinegoziare tutto anche sul piano interno. Ma questo - sia detto con tutto il rispetto - non potrà essere fatto dal Movimento 5 Stelle, in crisi di identità, che ha raccolto masse di voti al Sud ma che poi il Sud non ha rappresentato in particolar modo, anzi in nessun modo, nell’accordo con la Lega. E non potrà farlo neanche la Lega, che ancora oggi non sa se si allea con Berlusconi o con Grillo. Che non mette in stato di accusa un Capo dello Stato in evidente “attentato alla Costituzione”, per puro opportunismo elettorale. No, la Lega non potrà mai risolvere la Questione Siciliana. Chi lo pensa è solo un illuso. Questo è il momento in cui i Sicilianisti e gli Indipendentisti devono fare sentire la propria voce. A cominciare dalle prossime elezioni. Per quanto sarà tecnicamente difficile, se ci saranno le condizioni minime di fattibilità dobbiamo sin da ora dare ai Siciliani la possibilità di esprimere, nel Parlamento italiano, una voce diversa, l’unica che possa veramente rappresentare la nostra storica Questione Siciliana dentro lo stato di cui, bene o male, facciamo ancora parte. Come fare però con una legge elettorale che ha praticamente messo al bando i partiti “regionali”? Va fatto un sacrificio. Dobbiamo mettere insieme, in unica lista, e in piena autonomia reciproca, tutti gli indipendentisti a noi vicini (Veneti, Napolitani, Sardi,…), ma anche tutti i federalisti e regionalisti di ogni latitudine. Dobbiamo lanciare un guanto di sfida allo stato centralizzato e totalitario, ormai al capolinea. Per fare che a Roma? Non siamo, e non vogliamo essere oggi ambigui. Se il “Governo del cambiamento” farà una lotta di sovranità (anche del solo stato italiano per ora) noi ci saremo, ci dobbiamo essere, ma a una precisa condizione. Se il “Governo del cambiamento” sarà rispettoso della “sovranità siciliana”, del ripristino delle prerogative e delle risorse statutarie della Sicilia, della costituzione dell’intero territorio dell’Isola in Zona Economica Speciale, allora ci saremo, allora daremo l’appoggio esterno. Possiamo, a queste condizioni, e senza “ministri” (non ci interessa l’Italia) stare in una maggioranza unita su un programma. Ma solo a queste condizioni. Altrimenti sarà opposizione dura. Il nostro programma è sempre e solo la salvezza della Sicilia: totale devoluzione delle entrate e degli uffici tributari, semplificazione amministrativa, tutela dell’ambiente e dei beni culturali, tutela della famiglia e della maternità, interruzione del traffico di esseri umani sul Canale di Sicilia, moneta complementare, zona doganale speciale, fiscalità di vantaggio su IVA, IRES e IRPEF, riduzione del prezzo di carburanti e prodotti energetici, politica attiva di difesa della cultura e della lingua siciliana, reti di trasporto degne di un paese civile, pubblica amministrazione snella ma stop alla macelleria sociale in atto con norme transitorie per uscire dall’assistenzialismo, tutela del prodotto siciliano e filiera corta nella distribuzione. Siciliani Liberi è l’unico soggetto che può dare oggi tutto questo ai Siciliani, ma solo se entrerà nelle istituzioni, con l’aiuto - se ci sono - di tutti gli autonomisti, federalisti e indipendentisti.

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