Le lingue semitiche in Sicilia prima degli Arabi:

Come è noto l’arabo giunse in Sicilia sull’onda dell’invasione saracena, iniziata a Mazara nell’827 d.C.

L’arabo appartiene al gruppo delle lingue semitiche, le quali, però, non erano a quel punto del tutto sconosciute nell’Isola.

I primi popoli semitici con i quali vennero in contatto i Siciliani furono i Fenici o Puni, i quali costituirono, a partire dalla prima metà dell’VIII sec. a. C. i loro “empori” qua e là sulle coste dell’Isola. Questi dovevano essere all’inizio dei fortini permanenti, abitati da pochissime persone, che servivano per favorire gli scambi con le popolazioni native e come base per le lunghe navigate trans-mediterranee di cui si gloriarono i Fenici sul finire dell’Età del Bronzo.

La colonizzazione greca, più massiccia, a partire dalle ultime decadi dello stesso secolo, costrinse i Fenici a smobilitare nelle zone di maggiore presenza ellenica e di rafforzarsi in alcuni presidi nell’estremo occidente dell’Isola, da dove avrebbero potuto avere la protezione dall’unica grande colonia di popolazione che la città di Tiro aveva fondato, Cartagine, già sul finire del IX secolo a. C. (si ricordi la leggenda della regina Didone, fondatrice della grande città punica). Da questa concentrazione i quattro fortini dell’Ovest (Mozia, Trapani, Palermo e Solunto) diventarono vere e proprie cittadine, che man mano crebbero di popolazione ed importanza.

Per quanto riguarda la lingua, che più qui ci interessa, tuttavia nell’Antichità si nota un fenomeno in apparenza paradossale. Man mano che le piccole città-stato fenicie si venivano legando sempre più a Cartagine, che finì per considerarle un vero e proprio dominio o provincia (“epicrateia” dicevano i Greci), etnicamente queste città si popolavano di gente affluita da altre parti dell’Isola, e quindi di lingua sicula o greca.

Sta di fatto che la lingua punica mostrò sin da subito tendenze recessive, al punto che Palermo cambiò rapidamente nome, dal fenicio Ziz (fiore) al greco Pànormos (Tutto porto) e che, come attestato variamente, il greco divenne la lingua comune anche nelle città dell’estremo occidente. Probabilmente il punico restò qua e là come lingua parlata, e qualche volta scritta, soprattutto a Mozia, e poi a Lilibeo, quando la prima città venne distrutta da Dionisio il Vecchio. Ma questa era in fondo il porto di attracco dei Cartaginesi e la “capitale” provinciale. Forse erano ampiamente presenti fenomeni di “diglossia”, cioè venivano parlate contemporaneamente due lingue: quella punico-cartaginese, per farsi capire dai “dominatori” e quella locale, siceliota o sicula che fosse. A Marsala (cioè Lilibeo nell’Antichità) e a Trapani, tuttavia, il punico sembra restato lingua viva almeno sino all’arrivo dei Romani che si insignorirono dell’Isola nella seconda metà del III secolo a. C. con la I guerra punica.

A quel punto l’elemento punico sembra rapidamente scomparire dalla Sicilia, sicuramente perché vennero recisi quei legami col Nordafrica che lo tenevano vivo. Non così avvenne in Tunisia (la provincia romana di Africa) dove tra la fascia costiera latinizzata e il profondo interno berbero, rimase a lungo l’elemento punico che, non a caso, si arabizzò quasi istantaneamente quando l’ondata islamica travolse il paese sul finire del VI secolo d. C. Non a caso, perché la lingua punica e la lingua araba erano davvero assai simili fra di loro.

Dal III secolo a. C. al IX d. C. quindi non fu parlata alcuna lingua semitica in Sicilia? Non pare sia stato proprio così. Perché l’inserimento della Sicilia nei domini romani (salvo diaspore più antiche), fece approdare nell’isola l’elemento ebraico, anch’esso semitico, attestato – come abbiamo visto – anche dalla letteratura greca in cui abbiamo registrato la presenza di un noto retore siculo-ebraico già ai tempi di Augusto (Cecilio di Calatte). E questo per non parlare dei tantissimi orientali, siriani in specie, tradotti in Sicilia in schiavitù, come Euno, il capo degli schiavi insorti, i quali erano certamente bilingui greco-siriaci.

Anche gli ebrei della tarda antichità non parlavano più l’ebraico di Mosè, che usavano solo come lingua liturgica, ma parlavano il siriaco o aramaico, la lingua comune alle attuali terre di Palestina, Giordania, Libano e Siria. E intanto, tanto l’ebraico quanto l’aramaico, la stessa lingua parlata da Gesù di Nazaret, erano lingue semitiche, al pari dell’arabo o del punico.

Gli ebrei, però, piccole comunità com’erano, tendevano a perdere la lingua di origine (salvo l’uso liturgico che abbiamo detto) e ad adottare quella dei paesi in cui vivevano. Così troviamo poche tracce di ebrei e di ebraismo sino alla venuta degli arabi, anche se certamente attestate da cronache vaticane, quando la loro presenza si farà di nuovo importante. Ma di loro parleremo un po’ più avanti. Adesso è il momento di trattare l’argomento principale di questa sezione: la lingua e letteratura araba di Sicilia.

La lingua siculo-araba e le grandi fasi della presenza araba in Sicilia:

L’arabo, come detto, fu portato sull’onda dell’invasione saracena. Questa conobbe tre fasi, come i tre Valli dell’Isola. In una prima fase vi fu la conquista del Vallo di Mazara, oggetto di una immigrazione massiccia di musulmani dai quattro angoli del califfato: Arabi propriamente detti della Penisola arabica, popoli arabizzati, più o meno recentemente, molti dei quali dal Nordafrica, Berberi (i quali, a rigore, parlavano un’altra lingua, camitica questa volta), popoli iranici dalle estreme regioni orientali del mondo musulmano (anch’essi con altre lingue, questa volta indoeuropee), Mori di Spagna, persino neri africani.

Queste genti trovavano nell’arabo l’unico strumento linguistico unificante e, in effetti, a parte il tentativo di insediamento di tribù berbere nell’agrigentino, l’arabo fu l’unica lingua “nuova” importata in questa prima fase in Sicilia. La popolazione preesistente fu travolta e ridotta in minoranza; gran parte di essa, di lingua latineggiante, si sarebbe convertita per necessità all’Islam, acquistando così una certa di padronanza della nuova lingua, a fianco di quella originaria che non dovette scomparire (siculo-latina o greco-siceliota che fosse). Seguì l’invasione e colonizzazione del Val di Noto, ridotta di portata, spesso di “seconda mano”, nel senso che furono le stesse popolazioni arabizzate del Val di Mazara a colonizzare il nuovo Vallo, più che gli invasori esterni, ormai scemati. Questa immigrazione, e arabizzazione, risultò ancora imponente, ma non dovette ridurreuesqu definitivamente in minoranza le popolazioni siculo-siceliote. Infine vi fu la conquista del Val Demone, che si ridusse a poco più che una conquista militare, neanche dappertutto (molte città greco-sicule si limitarono al pagamento del tributo riservato ai cristiani), con presidi militari e scarsa, scarsissima, presenza araba. Al di là dello Stretto, nonostante le numerosissime scorrerie in Italia meridionale, non si andò. Gli Arabi non misero radici in Italia meridionale, salvo alcuni “covi” di pirati/briganti, come quello alla foce del Garigliano o l’effimero sultanato di Bari, che infatti non riuscirono mai ad attecchire. In ogni caso quelli non erano opera dei Siqilli, o Arabi di Sicilia, ai quali pure si devono molte scorrerie nel Sud Italia. L’unico tentativo di questi di aprire una moschea a Reggio Calabria, ad iniziativa degli emiri di Sicilia, durò pochissimo tempo e non lasciò tracce: davvero Messina allora era l’avamposto di frontiera di quel mondo.

Dal punto di vista linguistico prevalse – com’era ovvio – il dialetto arabo dell’Ifriqiya (sarebbe l’Africa dei Romani, cioè l’odierna Tunisia) o una sua variante locale, che possiamo chiamare l’arabo-siculo, versione assai imbarbarita dell’arabo classico che suscitava lo scandalo dei visitatori venuti da est per l’inaccettabile pronuncia del Corano che ne derivava persino nelle funzioni sacre. La comunità berbera di Girgenti infine fu sconfitta e dispersa: le tribù berbere di Sicilia si confusero con quelle arabe e con i Siciliani convertiti ed infine si sentirono di far tutti parte di un unico popolo, i Siqilli, cioè i Siciliani.

Durante la conquista la letteratura non decolla, anzi possiamo dire che resta del tutto marginale. I primi frutti si colgono soltanto dalla metà del X secolo, quando la Sicilia, ormai interamente conquistata, diventa politicamente autonoma sotto un proprio emirato ereditario. Gli emiri di Palermo, con la loro corte, saranno i mecenati di una letteratura, in gran parte poetica, provinciale sì, ma non del tutto secondaria, rispetto a quella araba complessiva nella quale quella andava ad inserirsi. Come già in quella greca, la letteratura araba di Sicilia non è propriamente una letteratura “nazionale” ma una letteratura inserita in una dai più ampi confini. E tuttavia, se quella greca ebbe almeno spunti etnici di particolare spessore e comunque di importanza, quella araba non fu, complessivamente, a tale altezza, sia pure con le dovute eccezioni.

La maggiore fioritura, paradossalmente, la vediamo quando la Sicilia araba giunge a maturità, nel secondo XI secolo; ma già politicamente allora la Sicilia araba era in rovina. I migliori fiori, quindi, saranno dati dai Siqilli fuggiti in esilio, qua e là nei diversi paesi arabi, prima che – poco a poco – questa terra araba non sarebbe stata completamente dimenticata.

Discorso a parte merita l’ultima parte della storia araba di Sicilia: quella sotto il dominio dei Rum, o cristiani, dalla conquista Normanna alla loro complessiva scomparsa o deportazione dalla terra di Sicilia sotto la dinastia Sveva. Ne diremo più avanti. Qui valga solo il fatto che la documentazione amministrativa di quest’epoca tarda ci rivela finalmente l’arabo di Sicilia, intriso di lessico latino e greco, finanche con traslitterazione in caratteri arabi delle due dette lingue, laddove invece durante la signoria araba vera e propria si faceva sempre sforzo di scrivere in un arabo classico e, potenzialmente, impeccabile.

Di questi documenti, però, ci è pervenuto pochissimo, tanto dell’amministrativo, quanto del poetico. E su quel poco, e sui commenti dei contemporanei, dobbiamo in gran parte farci un’idea di questo piccolo mondo perduto.

I generi letterari:

Per capire bene quali erano i generi letterari nella Sicilia araba, bisogna ricordare quali erano i luoghi principali in cui si coltivava la cultura a quei tempi.

Nel mondo islamico dei primordi, e non solo, il luogo principale, ma anche il più diffuso nel territorio, era la moschea. Non erano state ancora istituite le scuole come istituzioni complesse e autonome, le “màdrase”, che ancora oggi conosciamo come luogo di formazione religiosa per eccellenza. Allora la scuola, detta “qittab”, era strettamente annessa alla moschea ed era investita anche di una formazione generale e di base, ovviamente con un posto privilegiato assicurato alle discipline religiose.

Accanto a questo tipo di interessi gli Arabi si confrontarono con alcuni generi di prosa trovati presso i popoli sottomessi verso cui restarono sempre debitori, soprattutto di letteratura greca. Questo sapere fu chiamato dagli stessi “scienze antiche” (medicina, astrologia, filosofia), ma l’originalità di questa letteratura rispetto a quella antica è stata forse sopravvalutata, probabilmente per il confronto con la contemporanea letteratura europea, sia quella greco-bizantina che per interessi e proporzioni sembra la “brutta copia” di quella araba, sia quella latina occidentale, allora in piena barbarie.

Altra fonte di produzione letteraria era quella delle corti emirali che facevano da mecenati per una produzione, in gran parte poetica, talvolta davvero di qualità, tal altra assai mediocre. La poesia cortigiana riprendeva motivi di poesia popolare che invece sono andati irrimediabilmente persi perché tramandati in maniera esclusivamente orale. Questo spiega anche perché la Sicilia cominciò a fiorire nella poesia (ma un po’ in tutta la letteratura) solo dopo che la famiglia kalbita trasformò quella che era una provincia autonoma del Nordafrica in un emirato indipendente vero e proprio. Gli emiri elettivi dei primi tempi, circondati da un “consiglio” (Gemaa) dei coloni, impegnati continuamente nella Guerra santa (Jihad), avevano poco tempo per dedicarsi a coltivare le scienze coraniche, figurarsi la scienza o la poesia. Con il consolidarsi della potenza araba siciliana, invece, e con la pace interna, lentamente la piccola corte di Palermo incominciò a gareggiare con Cordova, Il Cairo, Baghdad e le altre grandi capitali musulmane, sebbene – come abbiamo già detto – non ebbe il tempo di diventare veramente grande, che i cavalieri Normanni provvidero a tagliarne per sempre le radici.

Per queste ragioni i generi letterari coltivati dagli arabi di Sicilia furono sostanzialmente quattro:

-       Scienze coraniche o religiose;

-       Studi di filologia, nati da approfondimenti linguistici del Corano, e quindi sempre dai precedenti, ma con una propria autonomia;

-       Prosa nelle “scienze antiche” di cui abbiamo detto sopra;

-       Poesia.

Il primo genere, a sua volta, comprendeva quattro discipline: il diritto islamico, lo studio della tradizione islamica, l’esegesi del Corano, gli scritti mistici del Sufismo. In questi campi la Sicilia restò sempre grande debitrice del Nordafrica e i principali centri di irradiazione della cultura religiosa furono la capitale Palermo, soprattutto dopo la costituzione dell’emirato ereditario, e la città di Mazara, la più legata agli scambi con il resto del mondo arabo.

Dalla religione agli studi linguistici il passo è breve, tanto più che la prima si fondava su uno studio accurato del Corano. Fra i tanti cultori ricercati sul lessico arabo, coltivato anche dallo studio delle più antiche poesie pre-islamiche, si distingue Ibn al Birr, un vero caposcuola di filologia, che, dopo essere andato a studiare ad Alessandria d’Egitto ed a Mahdiya di Tunisia, lo troviamo di nuovo in Sicilia, verso il 1030 come caposcuola a Mazara e più tardi a Palermo, dove dovette trasferirsi per la sua abitudine al vino, cosa non molto gradita nella più “arabizzata” delle città siciliane. Dedito alla copiatura e conservazione di testi antichi, all’insegnamento ed all’erudizione, Ibn al Birr scrisse poco di personale, ma fu un maestro nel suo genere perché dal suo insegnamento vennero fuori i più illustri filologi di quell’ultima Sicilia araba. Nel 1068 pare abbia abbandonato la Sicilia, ormai in pieno dilagare dei cavalieri normanni e nel caos politico imperante nella parte ancora in mano saracena.

La maggior parte degli allievi di questo studioso si dedicarono alla grammatica e, soprattutto, alla correzione dei molti errori fonetici e grammaticali che compivano gli arabi di Sicilia. Fra questi segnaliamo Ibn Makki, detto “Il Mazarese”, che scrisse un Emendamento della lingua e fecondazione dello spirito, in cui elenca, in ben cinquanta capitoli, tutti i tipici errori lessicali, morfologici e linguistici specifici dei Siciliani nel parlare l’arabo. Questo testo dimostra, al di sopra di ogni dubbio, che in Sicilia si parlava un arabo maghrebino, peraltro influenzato da un substrato latino, quale doveva essere quello prevalente nella Sicilia occidentale in cui era maggiore l’insediamento saraceno.

A detta di tutti gli studiosi, però, il più grande allievo di Ibn al Birr, fu Ibn al Qattà, nato nel 1041, ma poi fuggito all’estero dopo la conquista normanna. Approdò dapprima in Spagna e poi in Egitto dove fu precettore e fecondo scrittore fino al 1121, anno della sua morte. Di tutta la sua produzione, l’opera più importante per noi, l’Antologia dei poeti arabo-siculi, è andata purtroppo quasi interamente perduta. Le altre opere (trattati di metrica, commenti grammaticali ad opere altrui, il Libro dei Verbi) rivelano in lui l’attento erudito, studioso di lessico e di grammatica.

Nella prosa restante, chiamata delle “scienze antiche”, la Sicilia araba non fu ricchissima, e forse ancora debitrice di ciò che restava dall’antica cultura greca. Un contributo importante in questo settore, anche per mezzo della letteratura “epistolare” (cioè di lettere, vere o inventate, scritte come prosa d’arte molto ricercata), venne dato da autori minori, in genere i “segretari” o scribi che costituivano l’ossatura dello stato arabo di Sicilia, nonché l’unica classe detentrice di una certa alfabetizzazione al di fuori di uomini di fede ed eruditi. I generi trattati furono quelli della “narrativa gnomica” (cioè finalizzata a precetti morali), della critica letteraria, dell’astronomia, dell’astrologia, della matematica, della medicina, ma anche di storia. Di filosofia invece non troviamo quasi niente, se si eccettua Ibn Fathun, profugo in Sicilia dall’Andalusia, dalla quale era stato cacciato per le sue idee poco ortodosse nei confronti dell’Islam. Fra gli storici ricordiamo lo stesso Ibn al Qattà di cui sopra, che scrisse una Cronaca di Sicilia, purtroppo oggi dispersa.

Discorso a parte merita la Poesia. In questa il genio arabo, particolarmente versato, si incontrò con elementi siciliani autentici, sino a dare opere di un certo valore artistico-letterario.

Il luogo dove la poesia trovò terreno fecondo fu la corte degli emiri Kalbiti; per questa ragione la poesia del primo secolo arabo, più popolare od orale, non è praticamente pervenuta a noi. Quando la Sicilia ebbe invece la sua vera e propria corte, gli emiri furono mecenati di una schiera di poeti, i quali si sdebitavano, come già i poeti di corte dell’antichità siceliota, con le esaltazioni cortigiane del principe. Fra le pieghe della cortigianeria, però, i poeti siqilli possono cantare anche la vita leggera e gaudente della corte e in genere le dolcezze della vita. Proprio quando la poesia arabo-sicula stava per uscire dalla sua infanzia, la corte emirale si sfascia però in piccole signorie contrapposte che poi sono rapidamente travolte dalla nuova invasione. Ciò prosciuga di colpo la fonte ma i frutti ormai maturi dilagano nella diaspora, dove aggiungono alla poesia cortigiana l’insanabile amarezza degli esuli, in un’unica e irripetibile esplosione di lirica: unica perché irripetibile era l’evento della fine violenta di tutto il loro mondo, irripetibile perché non avrebbero mai potuto lasciare eredi, né nella terra di origine, ormai perduta, né in quella di approdo, in cui nessuno avrebbe potuto continuare la loro opera.

E i più importanti poeti arabi di Sicilia appartengono proprio a questa schiera: Ibn Hamdis, di cui conserviamo l’intero Canzoniere, e Al Ballanubi, di cui disponiamo di circa 500 versi.

Il primo, siracusano, lasciò la Sicilia per Siviglia, allora araba, a circa vent’anni nel 1072. Dopo vario peregrinare da una città all’altra del Maghreb, si troverà nel porto tunisino di Mahdiya all’età di settant’anni a celebrare la disfatta delle armate del Regno di Sicilia con quel senso di rivalsa che solo lui poteva vivere. Morì nel 1133, appena in tempo per non assistere alla conquista che Ruggero II stava per fare anche dell’Ifriqiya che lo ospitava. Per lui la “Patria” fu sempre la Sicilia, chiamata anche “quel luogo di giovanili follie … abitato un dì da comitive di buontemponi” o su cui verseggiava improbabili resistenze dei cavalieri musulmani che “in sella ad agili destrieri” combattevano contro le armate dei cristiani. Il fatto che lo stile del poeta sia molto eterogeneo ha fatto pensare che, oltre a scrivere personalmente poesie, abbia riadattato anche poesie di altri autori, ciò che oggi sarebbe un volgare plagio ma che allora era considerato un artificio del tutto normale.

Fuori dai “generi” letterari mettiamo l’opera singolare di Ibn Hawqal, non siciliano ma viaggiatore arabo in Sicilia ai tempi degli emiri che ci dà interessanti ragguagli, intrisi di moralismo, sui siciliani considerati poco ortodossi, tanto nella pratica religiosa, quanto nella lingua, nonostante il professato rigido tradizionalismo delle scuole religiose siciliane.

La letteratura araba dopo la Riconquista cristiana:

L’esodo della maggior parte dei poeti e degli intellettuali musulmani dopo la conquista normanna non poteva cancellare subito una lingua e una letteratura che avevano ormai messo radici profonde nell’Isola. Nei primi tempi, durante o subito dopo la conquista, cioè sotto la “Gran Contea di Sicilia”, il clima politico non era certo dei più adatti alla letteratura, ma l’arabo era ancora di gran lunga la lingua amministrativa più usata in Sicilia, accanto al greco che – come visto – aveva allora un vero e proprio revival e al latino dei nuovi venuti che, poco a poco, avrebbe sottratto terreno alle altre due lingue. Come abbiamo detto, però, questo arabo tardo si fa subito meno “puro” di quello del periodo islamico propriamente detto e rivela così la mancanza di alimentazione dalle fonti esterne che lo avevano portato in Sicilia e le sue fragili radici.

Sotto Ruggero II, in una condizione politica ormai pacificata, la cultura arabo-islamica raggiunge il suo massimo splendore, almeno nel relativo del periodo “cristiano”, soprattutto all’ombra della corte normanna che la proteggeva. Dopo, con i Guglielmi, soprattutto con il primo, la protezione regia non venne meno, ma, neanche troppo lentamente, la presenza dell’arabo andava visibilmente scemando. Sarebbe poco interessante qui elencare i poeti di corte o legati alla corte. Solo ricordiamo Ibn Bashrun che, come Ibn al Qattà, tentò un’antologia, questa volta di autori maghrebini, andalusi e siciliani, chiamata Scelta di poesie e prose dei più illustri contemporanei, ma anche questa non ci è pervenuta se non per pochi estratti.

Caso a parte, la cui notorietà va ben oltre i confini della Sicilia, merita il geografo Idrisi, non siciliano ma invitato alla corte di Ruggero II. Egli compose per il re una vera “summa” delle conoscenze geografiche medievali, di cui gli arabi erano allora maestri, dal titolo Libro di Ruggero ovvero Sollazzo per chi si diletta di girare il mondo.

Sotto  Guglielmo I ricordiamo almeno il siriano cristiano Eugenio l’Emiro, ministro di corte, autore però più che altro di traduzioni in latino di opere arabe, tra cui la traduzione dell’antica opera dell’ottico Claudio Tolomeo, originariamente scritta in greco.

Sotto Guglielmo II ricordiamo l’opera del viaggiatore andaluso (cioè della parte araba della Spagna) Ibn Giubair: Giornale di viaggio. In questa ci dà un ragguaglio dettagliato della presenza dei suoi correligionari, a circa un secolo dalla conquista cristiana, ancora relativamente diffusi e numerosi qua e là.

Durante il periodo di reggenza tra i due Guglielmi, e soprattutto nei torbidi che seguirono la successione della dinastia Hohenstaufen agli Altavilla, i musulmani furono oggetto di vere persecuzioni e, dove non decisero di convertirsi al cristianesimo e confondersi con il resto della popolazione dell’Isola, preferirono abbandonarla. Quando si fu stabilito il potere di Federico II ormai la loro presenza era soltanto assai limitata nella capitale, e soprattutto a corte dove ancora funzionava una cancelleria araba, nonché in alcuni distretti del profondo Val di Mazara dove si erano concentrati in signorie semi-indipendenti. Queste, come è noto, furono infine sconfitte da Federico II e deportate in Puglia (Lucera) dove divennero fedelissimi sudditi dell’Imperatore cristiano e, dopo di lui, di Manfredi e perfino dei sovrani angioini, finché fatalmente si cristianizzarono e furono del tutto assimilati alle popolazioni circostanti.

Le altre presenze arabe nell’Isola divennero rapidamente minoritarie e si può certamente affermare che nulla o quasi del mondo musulmano sia sopravvissuto alla fase angioina. Sorprende così la scomparsa degli arabi e dell’arabo di Sicilia, la sua rapida assimilazione, soprattutto se confrontata con la lunga resistenza del greco di fronte all’avanzata del latino (e del siciliano, soprattutto nella lingua parlata). Anche il confronto tra le traduzioni dall’arabo al latino degli atti notarili con le analoghe traduzioni dal greco presenta un anticipo medio di un secolo circa.

La ragione potrebbe essere quella della maggiore distanza religiosa dell’islam rispetto al cattolicesimo e quindi alla maggior necessità per i musulmani di convertirsi per essere tollerati, oppure nel fatto che, tutto sommato, l’immigrazione araba aveva radici meno profonde e la maggior parte dei parlanti arabo erano in realtà vecchi siciliani convertiti per necessità all’islam e poi rapidamente riconvertiti al cristianesimo: avranno parlato fra loro una sorta di proto-siciliano probabilmente, oltre all’arabo per intendersi con i nuovi venuti. Assottigliatosi lo strato esterno per le continue migrazioni verso l’estero, dovettero dimenticare in fretta l’arabo, che già era per loro seconda lingua, con il semplice passaggio di due o tre generazioni, anche se – in questa progressiva “dimenticanza” – molti vocaboli sopravvissero nel parlato, e arricchirono il lessico della nascente lingua siciliana.

Eccezione fecero le isole di Pantelleria e Malta, dove la penetrazione araba era stata più incisiva e dove la lingua e la cultura, nonostante il ritorno alla religione cristiana, sarebbero rimaste arabe per secoli. Ancora in pieno XVI secolo, ad esempio, i viaggiatori notavano come a Pantelleria, ormai certamente cristiana, le donne continuassero a coprirsi il volto secondo l’usanza islamica. La lingua, comunque, a contatto con la Sicilia, si modificò nel tempo creando due parlate assolutamente uniche e ibride tra il Siciliano, lingua di ceppo romanzo, e l’arabo maghrebino. La fortuna di queste due parlate sarebbe stata però assai diversa, nonostante la comune e simile origine. Il pantesco ha subito nel tempo una progressiva assimilazione all’italiano come lingua ufficiale, ma anche alle parlate dialettali del siciliano, come lingua popolare, al punto che oggi è considerata solo una variante della lingua siciliana intrisa di un lessico di derivazione araba. Il maltese invece, dopo la separazione “politica” dalla Sicilia ai primi dell’Ottocento, visse in relativo isolamento sino a sviluppare caratteristiche di lingua propria. Col tempo i maltesi presero a considerarlo come lingua nazionale e, anche per favorevoli condizioni di politica internazionale, esso sostituì l’italiano come seconda lingua ufficiale (la prima essendo l’inglese) nel 1934 soprattutto ad opera degli inglesi che, sin dal 1880 circa, avevano intrapreso una battaglia culturale e politica contro l’irredentismo italiano e siciliano a Malta. Dopo l’indipendenza (1964) esso sarebbe diventata la lingua nazionale e, quindi, oggi (dal 2004 per l’esattezza) addirittura una delle lingue ufficiali dell’Unione Europea; bizzarro destino di una parlata di confine ibrida tra siciliano e arabo, ultima testimonianza vivente della lingua arabo-sicula e “premiata” in ultima analisi dall’indipendenza politica del piccolo arcipelago, a testimonianza della verità nella definizione di Chomsky sulla lingua come di quel “dialetto” dotato di esercito e di passaporto.

Epilogo:

Scomparsi gli Arabi, restarono però in Sicilia gli Ebrei, come abbiamo visto ormai comunità naturalizzata da secoli. È certo che parlassero in gran parte l’arabo, magari scritto in caratteri ebraici, anche dopo la riconquista cristiana. Si sono trovati però documenti tardi (XV secolo) scritti in caratteri ebraici ma dal testo ormai chiaramente siciliano, segno che la partenza degli arabi avrà fatto assimilare anche questa componente semitica al resto della popolazione siciliana, all’infuori dell’ebraico antico, usato soltanto per scopi liturgici. Seppur con minori diritti rispetto alla maggioranza cristiana, gli Ebrei mantennero un ruolo importante nell’economia e nella società siciliana sino alla loro espulsione della fine del XV secolo. Significativo fu il fatto che i Siciliani cercarono di opporsi a quella persecuzione insensata, ma ciò non toglie che il loro destino fosse ormai a quel punto segnato. Chi non era riuscito a mescolarsi o a convertirsi per tempo fu costretto all’esilio e la presenza ebraica risultò così di colpo troncata e praticamente per sempre. La rimozione del divieto di stabilimento degli Ebrei da parte del sovrano Carlo III di Borbone, secoli dopo, non sarebbe infatti servita a ricostruire una comunità ormai quasi persa nella memoria.


La Sicilia si avviava a diventare una comunità fortemente omogenea dal punto di vista etnico-linguistico. L’ultima immigrazione notevole di popoli alloglotti (a parte quella albanese di cui si è già detto) fu un forte afflusso, anche se non stimabile con esattezza nella sua entità, di Tatari (o “Tartari” come venivano chiamati allora) durante il XIV secolo. Ma questi popoli turco-mongolici vennero in umiltà, occupando i gradini più bassi della società, accettando la religione cattolica e disperdendosi tra i Siciliani in fretta.

Per conoscere il ritorno di altre lingue, e fra queste soprattutto di quella araba, la Sicilia avrebbe dovuto attendere soltanto la fine del XX secolo, quando – come tutte le società europee – cominciò a sperimentare il formarsi al suo interno di comunità di immigrati di lingua e religione le più disparate, nel quadro della cosiddetta “società multietnica” che contraddistingue il presente. Nel frattempo, la lunga unità linguistico-religiosa, avrebbe definitivamente fuso le antiche etnie in un unico Popolo, ancor oggi esistente con caratteristiche identitarie e culturali assai marcate ed evidenti: i Siciliani, semplicemente.

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