L’unificazione amministrativa del Regno, che raggiunse il culmine con la creazione delle “curie provinciali” nel 1234 che uniformavano l’amministrazione locale in tutte le parti del Regno, si sarebbe rivelata la cosa meno duratura della grande opera di Federico II imperatore.

Alla sua morte – ad ogni modo – la Sicilia era una grande potenza in cui capitale, almeno nominalmente negli ultimi anni di regno, era ancora Palermo e con un ruolo progressivo dell’istituto parlamentare, ereditato sì dai sovrani normanni, ma rafforzato da Federico in chiave antifeudale.

 

La Sicilia aveva già sancito, prima al mondo, una doppia investitura per la legittimazione del potere monarchico: dall’alto l’investitura divina, dal basso la volontà della Nazione, che si era fatta esplicita nei momenti in cui la successione poteva non essere piana o sicura.

Già alla fondazione del Regno (1130) Ruggero II era stato acclamato dal Parlamento di Palermo. Poi nuovamente era toccato a Guglielmo II (1166) ed a Tancredi (1190), e ancora vedremo questo ruolo crescente nei secoli a venire, almeno nel troncone “insulare” del Regno, mentre in quello “continentale” si atrofizzerà rapidamente.

Dal 1240 la partecipazione dei rappresentanti dei comuni si farà sistematica (cioè estesa a tutto il Regno) e continuativa. Nel 1254 sarà il Parlamento a ratificare la reggenza di Manfredi per il piccolo Corradino di Svevia e nel 1258 fu la volta della corona offerta allo stesso Manfredi.

Rispetto a questo stato di cose l’incoronazione a Roma, per investitura papale, nel 1265, di Carlo d’Angiò a “Re di Sicilia” segna una rottura drastica sul piano delle istituzioni, di fatto la fondazione di un “nuovo Regno di Sicilia” piú che la continuazione di quello legittimo. Carlo d’Angiò, piú che Re di Sicilia, potrebbe definirsi il vero fondatore del Regno di Napoli, che costituzionalmente sarebbe stato cosa completamente diversa, seppure gemmato sullo stesso tronco del vecchio Regno di Sicilia. Non è un caso se molti secoli dopo, tanto Carlo VI d’Asburgo, quanto Carlo VII di Borbone, continueranno a numerarsi re di Napoli a partire da lui, mentre entrambi si sarebbero computati come Carlo III in Sicilia, ad evidenza non riconoscendosi l’un l’altro e soprattutto non riconoscendo sul trono di Sicilia Carlo d’Angiò, universalmente considerato il “male assoluto” nella coscienza storica nazionale siciliana che sul Vespro nel frattempo si era costituita.

È vero che nell’investitura il papa faceva riferimento agli ordinamenti di Guglielmo II il Buono, che – ricordiamolo per inciso – aveva riconosciuto ormai anche funzioni finanziarie ai Parlamenti, ma di quell’intendimento iniziale rapidamente non restò niente.

Carlo d’Angiò convocò solo un Parlamento, nel 1267, e giusto perché ancora temeva la presenza di Corradino di Svevia, poi solo alcuni “conati” di convocazione, limitati esplicitamente alla parte continentale del Regno, poi più niente per i secoli. Il Regno di Napoli aveva perso da subito la propria rappresentanza ed era diventato, per sempre, una monarchia assoluta e centralizzata.

L’investitura papale del 1265, resa effettiva solo con la sconfitta di Re Manfredi a Benevento nel 1266, era illegittima per tre motivi:

  • mai un papa aveva investito un re di Sicilia a Roma, ma l’incoronazione, al piú con la benedizione papale, era avvenuta sempre a Palermo;
  • non c’era più traccia della volontà della Nazione, sin allora indispensabile quando la successione era insicura e dopo di allora sancita in tutte le costituzioni a venire che la Sicilia avrebbe avuto;
  • non c’era alcuna successione dinastica legittima tra Federico o Corrado suo figlio o Corradino suo nipote (che era ancora vivo) e l’avventuriero francese.

Ma questa “usurpazione” non ebbe neanche la forza di legittimarsi con il tempo. I Siciliani non lo avrebbero permesso. Appena sedici anni dopo, nel 1282, avrebbero ributtato i francesi fuori dall’Isola e disconosciuto, con la forza delle armi, ogni “fatto compiuto” sopra la loro testa.

Nel Continente le cose andarono meno bene. Ci furono molti sostenitori della causa ghibellina e siciliana, soprattutto in Calabria. Ma nel complesso, soprattutto a Napoli, le popolazioni si adattarono abbastanza bene ai nuovi dominatori e nel tempo legittimarono la costituzione di questo nuovo e “strano” Regno di Sicilia “al di qua del Faro”, ma senza l’isola di Sicilia che gli dava il nome. È un fatto che il Vespro, come rivoluzione nazionale, segnò la comparsa di un elemento nuovo, di una coscienza popolare nazionale siciliana che nella “Sicilia continentale” non ebbe praticamente seguito, o ebbe solo qualche fiancheggiatore e comunque è  fuor di dubbio che in Italia meridionale non si registrò nulla di neanche lontanamente paragonabile all’epica rivolta siciliana.

Ovviamente, però, per molto tempo ancora la Sicilia in rivolta avrebbe rivendicato l’intera “grande Sicilia” esattamente come Napoli rivendicava per sé anche la “piccola Sicilia”. Ma l’esito sostanziale e finale (e come vedremo, infine anche formale) fu la separazione di due entità che non si erano mai integrate bene e la creazione di due regni paralleli che, con vicende alterne, sarebbero vissuti secoli, anche oltre la riunificazione formale del 1816, in pratica sino al 1860.

Fu un Parlamento ancora, sia pure limitato alle sole zone liberate, cioè alla sola Sicilia, che proclamò il 3 aprile del 1282 la “Communitas Siciliae”, inaugurando un breve tentativo di dare alla Sicilia un ordinamento repubblicano e confederale.

Fu il Parlamento di Messina, nell’agosto del 1282, a restaurare la monarchia e a proclamare re Pietro d’Aragona nella qualità di genero di re Manfredi, in quanto marito della figlia Costanza, che quindi sarebbe la III regina siciliana con questo nome, dopo la madre e la moglie di Federico II.

Quando si dice, pertanto, che la monarchia costituzionale nasce in Sicilia nel 1296, si dice una verità che va però temperata: la “costituzionalità” della Sicilia aveva radici antiche e in quella data raggiunge semmai la sua piena maturazione.

Re Pietro non fu – come scrivono superficiali libri di storia antisiciliani – l’iniziatore della “dominazione aragonese”; libri purtroppo poi ripresi acriticamente da gran parte delle storiografie di altri paesi che attingono alla letteratura italiana per sapere qualcosa sulla Sicilia. Niente di più falso. Egli fu soltanto re in unione personale pura tra i due regni e nel suo testamento infatti separò i destini dell’Aragona, data al figlio Alfonso III, da quelli della Sicilia, data al figlio Giacomo.

Con Giacomo, acclamato dal Parlamento del 1286, segniamo un altro passo nella storia costituzionale della Sicilia. Pur continuando la tradizione legislativa delle “Costituzioni”, che partivano da iniziativa regia e non parlamentare, il ruolo del Parlamento nella loro elaborazione non appare piú quello di passiva ratifica o di modesto emendamento, ma di co-decisione insieme al sovrano, rafforzando definitivamente i poteri legislativi del Parlamento nonché quelli fiscali, che persino Federico II, di fatto autocrate, aveva formalmente riconosciuto richiamandosi alle consuetudini di Guglielmo II.

Ma ancora, sino a questo punto, abbiamo due “Regni di Sicilia” mutuamente incompatibili e che  avrebbero voluto estendere entrambi i confini della “Sicilia” all’antica estensione.

Nel 1291, alla prematura morte di Alfonso III d’Aragona, la Sicilia torna in unione personale con l’Aragona, ma di fatto è indipendente giacché re Giacomo, nel prendere la corona iberica, lascia il fratello minore Federico vicario del Regno con i pieni poteri.

Nel 1295, col Trattato di Anagni, Giacomo “vende” la Sicilia al papa e agli angioini in cambio della Sardegna.

Ma – ecco ancora una volta rafforzata la sovranità dell’isola – la Sicilia non accetta il trattato e sconfessa il re di Barcellona. Nel Parlamento di Catania del 1296 è acclamato re Federico III. La Sicilia è ormai quasi una “Repubblica coronata”. Curioso che questo sarebbe avvenuto “durante la dominazione aragonese” come sembrerebbe logico se dopo il Vespro veramente la Sicilia fosse stata ridotta a provincia catalana.

Il Parlamento di Catania è importantissimo anche perché, da questo momento e sostanzialmente sino al 1812, il Regno di Sicilia può definirsi a tutti gli effetti una vera monarchia costituzionale. Vengono garantiti, nei confronti del potere regio, molti diritti civili e processuali dei sudditi, la funzione legislativa e quella fiscale sono da allora in poi sempre condivise tra Corona e Parlamento, quest’ultimo da allora in poi convocato con regolarità.

Altre “conquiste” del 1296 invece non avrebbero resistito al tempo: l’indipendenza piena del Regno e la sottomissione della politica estera e della guerra al concerto del re col Parlamento; conquiste comunque importantissime, violate nei secoli a venire, ma mai formalmente abrogate.

Il 1302 segna la fine della Guerra del Vespro con la Pace di Caltabellotta.

Apparentemente è la vittoria di Napoli, riconosciuta come unico “Regno di Sicilia”, mentre la Sicilia vera e propria accettava di essere regno subalterno e solo “a termine” con il titolo riduttivo di Regno di Trinacria. I “napoletani” abbandonano le conquiste nell’Isola, i “siciliani” abbandonano quelle nel Continente: in pratica Reggio Calabria che aveva seguito fedelmente la Sicilia fino a quel momento. Era il prezzo da pagare per l’indipendenza. Di fatto è però la separazione definitiva tra i due regni.

Solo due giorni dopo la firma del Trattato Federico III ricusa il titolo riduttivo di Re di Trinacria e si ri-proclama “Re di Sicilia”, riattizzando la contesa istituzionale con Napoli. Nel 1321 addirittura associa il figlio Pietro II per dimostrare che il suo regno non è affatto un “vitalizio” bensí è perpetuo.
Teoricamente si ritorna alla situazione antecedente alla pace, ma praticamente dal 1302 la Sicilia non ha più alcuna reale pretesa sul “Napoletano” se non quella di essere lasciata in pace. La Sicilia svolge ormai la propria politica estera: sono conquistate le “Gerbe” in Tunisia, il Ducato di Atene nel 1311, quello di Neopatria (Patrasso) nel 1319. Questo espansionismo siciliano nel Mediterraneo, che si sarebbe spento con l’unione con la Spagna del secolo successivo, dimostra chiaramente l’autonomia e la vitalità del regno insulare, tutt’altro che mortificato dalla Pace di Caltabellotta. La quale, piuttosto, aveva segnato la definitiva indipendenza del Regno insulare e costituzionale di Sicilia.

Le trattative con l’Ungheria, poi fallite, nel 1346, rivelano che a quel punto la Sicilia puntava solo a riacquistare alcune posizioni in Calabria senza piú alcuna pretesa sul Napoletano.

Nel 1347 si arrivò ad una prima pace duratura tra Napoli e Sicilia, poi saltata un po’ per l’ostilità del papa, un po’ per la morte del reggente di Sicilia, il Duca Giovanni e il conseguente caos istituzionale in Sicilia. Ad ogni modo fu Napoli a non riconoscere la Sicilia mentre per questa il Regno di Sicilia citra pharum  (“di Napoli”) era ormai pienamente legittimo.

La pace del 1347 sanciva per la prima volta la definitiva e pacifica separazione tra i due regni, sia pure con i due titoli diversi di “Sicilia” (per Napoli) e di “Trinacria” (per la Sicilia vera e propria).

Il mancato accordo determina una ripresa delle ostilità, sia pure a bassa intensità, perché le due monarchie sono esauste dalla lotta ormai quasi secolare e per l’avanzare della peste nera.

E comunque si arriva con la pace del 1372 ad un ordine formale e riconosciuto internazionalmente per una situazione ormai definitiva da decenni. Le condizioni erano sostanzialmente le medesime del 1347, con la sola modifica sostanziale delle Eolie date a Napoli (sarebbero rimaste a quel regno sino al 1610) e di un’alta sovranità feudale della “Sicilia” (Napoli) sulla “Trinacria” per la sola durata della vita della regina Giovanna I. L’interedetto papale sulla Sicilia fu tolto con una “sanatoria” pagata una tantum da tutti i regnicoli siciliani (almeno in teoria) per fare pace anche con lo Stato della Chiesa. L’apostolica legazìa – cosa importante – fu mantenuta. Il Regno di Napoli (formalmente “di Sicilia”) restava feudo dello Stato della Chiesa, il Regno di Sicilia (formalmente “di Trinacria”) no, e aveva anche il controllo sulla propria Chiesa che restava autocefala. Fu il debole Federico IV a chiudere questo accordo, con il quale la Sicilia, finalmente, vedeva riconosciuto internazionalmente e per sempre il proprio diritto all’indipendenza.

Da questo momento in poi le “Sicilie” saranno sempre “Due”, anche quando secoli dopo i due regni si sarebbero per breve tempo unificati in unico stato. Nei fatti la “Sicilia senza Sicilia” col tempo si prese a chiamare, anche amministrativamente, “Regno di Napoli” (soprattutto dopo il 1500), mentre quella vera, dopo qualche anno in cui il titolo “di Trinacria” era usato solo nella corrispondenza con Napoli e Roma, mise da parte il titolo riduttivo e umiliante e prese a chiamarsi semplicemente “di Sicilia” come era giusto e naturale che fosse.

In quasi cent’anni di lotta la Sicilia si era conquistata, praticamente da sola, i propri diritti naturali e politici imprescrittibili, sebbene a un prezzo elevatissimo che l’aveva letteralmente prostrata.

Cronologia:

Occupazione angioina (Mala Signoría):  1266-1282

 

Dinastia “Aragona” (Regno indipendente):

1282 Rivoluzione del Vespro: La Sicilia, cacciati i Francesi, tenta dapprima di costituirsi in una confederazione di Città libere e di Contee, la “Communitas Siciliae”, poi in Parlamento offre la Corona di Sicilia a Pietro d’Aragona.

1282 – 1285 Pietro I (III d’Aragona)

1285 – 1296 Giacomo (II d’Aragona)  - la Sicilia di fatto governata dal fratello Federico nella qualità di Vicario dal 1291

1296 Parlamento di Catania: la Sicilia prima monarchia costituzionale d’Europa

1296 – 1337 Federico III

1302 Pace di Caltabellotta: a Federico III riconosciuto il titolo di Re di Trinacria

1322 Con l’associazione al trono del figlio Pietro, Federico III afferma la perpetua indipendenza della Sicilia

1337 – 1342 Pietro II (con lui comincia la guerra civile tra le fazioni dei “Latini” e dei “Catalani”)

1342 – 1355 Ludovico (fino al 1348 sotto la reggenza dello zio Giovanni, Duca d’Atene)

1347 Nuova pace con Napoli, poi disconosciuta da Napoli e dallo Stato della Chiesa

1348 Sbarca la Peste Nera in Sicilia, muore il reggente Giovanni. La reggenza passa a Blasco Alagona, Gran Giustiziere del Regno, ma riprende la Guerra civile, facendo piombare la Sicilia nel caos istituzionale delle lotte feudali, non essendo presente alcun esponente maggiorenne della casa regnante

1355 – 1377 Federico IV

1372 Pace definitiva tra Napoli e Sicilia. La Sicilia riconosciuta definitivamente come Regno indipendente. Federico non riesce però ad assicurare una discendenza stabile alla Casa Regnante né a riprendere i poteri regi, in gran parte usurpati dai signori feudali, nonostante qualche progresso negli ultimi anni.

 

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