Tra i Governi Siciliani ce ne sono stati molti anche guidati da donne. Nell’Antico Regime questo accadeva durante la minorità dei piccoli sovrani, ancora incapaci a succedere.

Oggi parleremo della reggenza di Adelasia, ultima moglie di Ruggero, che governò la Sicilia dal 1101 al 1112, quando il diciassettenne Ruggero II uscì finalmente di tutela.

Le reggenze femminili, in un mondo dominato dagli uomini e dalla prepotenza, per non dire violenza feudale, erano periodi molto delicati, durante i quali gli stati faticosamente costruiti andavano spesso in pezzi.

Così non fu per la Gran Contessa Adelasia, che, un po’ per la sua prudenza, un po’ per la solidità dell’edificio lasciatole da Ruggero I, consegnò al figlio il dominio paterno senza aver perso né un centimetro quadrato di dominio, né un briciolo di prerogative sovrane.

Con occhi retrospettivi questi fragili governi potrebbero semplicisticamente fare etichettare di maschilismo una società che rifiutava alla donna posizioni di governo; e tuttavia, in relativo per i tempi e per altre culture, il ruolo di fatto esercitato da queste donne appare tutt’altro che marginale.

Adelasia del Vasto aveva avuto, in Piemonte, un’infanzia e una fanciullezza turbolenta, segnata da violenti scontri nei quali la sua famiglia era stata coinvolta. Appena ragazzina era andata in sposa a Ruggero, il grande conquistatore, ormai anziano. Restava vedova a 27 anni, alla guida di un potente stato, con responsabilità enormi sulle sue povere spalle.

I figli maschi maggiori di Ruggero I o erano morti, o – essenzialmente per ragioni di salute – si erano consacrati alla Chiesa. Restava erede il piccolo Simone, nato nel 1193 e, vista la sua morte prematura, nel 1105, il più piccolo Ruggero, nato nel 1195.

Sotto Adelasia non assistiamo in pratica a nessuna innovazione istituzionale rispetto al dominio di Ruggero I. Adelasia era preoccupata di mantenere l’autorità comitale, in quel difficile momento; ciò che fece anche con l’aiuto di alcuni familiari, tra i quali il fratello Enrico Del Vasto. Sta di fatto che riuscì pienamente nel suo arduo compito. A differenza del Ducato di Puglia, infatti, allora nel più totale caos feudale, l’autorità della Contessa non fu mai seriamente messa in discussione. In questo lo Stato siciliano mostrava una solidità e modernità sconosciuta ai fragili stati europei dell’epoca.

Naturalmente non bisogna esagerare in senso opposto, ritenendo poi così forte il potere centrale. La Sicilia era allora costituita da ampi stati feudali, alcuni dei quali dotati anche del potere di giustizia “criminale” per espressa concessione di Ruggero: tra questi ricordiamo l’abate/vescovo di Lipari e Patti, che dominava sulle Eolie e su parte del Val Demone, ma anche l’abate/vescovo di Catania e del Castello di Jaci (la zona di Acireale), e, soprattutto, il potente Conte di Siracusa, Tancredi Altavilla. Queste signorìe feudali, a lungo andare, si fosse indebolito il potere centrale, sarebbero potuti facilmente diventare principati, laici o ecclesiastici, del tutto autonomi.

Ma – sta di fatto – durante tutta la reggenza di Adelasia questo non avvenne, o non ebbe il tempo di avvenire. Tutti i diplomi pubblici, tranne uno, significativamente “emesso” dal potente Conte di Siracusa che azzardò di emetterlo a nome proprio, erano pubblicati a nome della Contessa. Se fu – come era inevitabile – soggetto a logoramento, il potere centrale non arrivò negli undici anni a subire danni irrecuperabili.

Nel 1105 il tredicenne Gran Conte Simone, di cui poco sappiamo, muore. Le testimonianze successive degli storici di corte sulla sua fragilità, caratteriale o di salute, non sembrano attendibili, giacché quelle storie successive erano dettate dal volere cortigiano di dimostrare la “predestinazione” del grande Ruggero II. Celebre l’episodio dei due ragazzini che, giocando alla guerra tra loro, avrebbero visto vincere il più piccolo Ruggero che avrebbe detto al fratello maggiore di farsi da parte, ché lui l’avrebbe fatto Vescovo o addirittura Papa, tenendo per sé il potere temporale. Ma, appunto, si tratta di leggende non verificabili, anche perché ai tempi bastava una semplice influenza non curata per passare a miglior vita. Pare che durante gli anni di teorico governo di Simone ci sia stata qualche turbolenza ai confini settentrionali della Calabria, per sconfinamento di qualche barone pugliese che pensava che le Gran Contee di Sicilia e Calabria potessero essere invase impunemente come le terre degli imbelli Duchi di Puglia, successori di Roberto il Guiscardo. La mano ferma di Adelasia, la reazione di fedeli castellani e vassalli calabresi, impedirono però qualunque perdita territoriale e tennero il caos feudale fuori dal dominio siciliano. Certo è che per la contessa di 31 anni, a soli 4 anni di vedovanza, la perdita del figlio, con l’ultima esile speranza di trasmettere lo Stato a un bambino di 10 anni, dovette essere un colpo terribile.

Che Adelasia tenne a bada la feudalità con piglio sicuro lo possiamo dedurre, sia pure nella povertà di documenti, da alcuni indizi che non lasciano ombra di dubbio. Intanto nessuna guerra fu fatta dalla Sicilia verso l’esterno in assoluto, come nessuna se ne era fatta ai tempi di Ruggero se non ordinata dal Conte. Poi nessun conflitto intercorse tra gli stessi feudatari di Sicilia, a differenza di quanto giornalmente avveniva in Puglia. Nessun feudatario, a differenza di quanto accadeva in Francia o nel regno crociato di Gerusalemme, osò mai contendere il diritto di zecca al Gran Conte.

E, ancora, non abbiamo alcun “diritto” di produzione feudale. Dopo gli statuti particolari e generali accordati da Ruggero I, non ci sono nuove norme in questa fase. La sovranità, quindi, discendeva unicamente dal sovrano, che coincideva poi con lo stato come allora concepito. Anche la privativa sovrana sull’alta giustizia, in materia criminale, sia pure con le eccezioni oggetto di specifici e distinti atti di concessione, è testimonianza dell’unità e coerenza del sistema statale siciliano.

Insomma, se fu la Sicilia a conquistare la Puglia, e non viceversa, non fu un “caso” della storia, ma dovuto al fatto che lo Stato Siciliano era avanti di secoli rispetto al caos italiano del Sud, per certi versi un po’ franco e un po’ longobardo, che poi era il caos dell’Europa intera. Il Gran Conte, e la sua succeditrice, aveva infatti – rispetto agli altri sovrani europei – un vero e proprio asso nella manica. Non solo teneva saldo un primato sulla Sicilia feudale, che era troppo giovane, non ancora chiaramente ereditaria, ma un “assist” sia da parte di tutta la società latina non feudale (i comuni lombardi, i “naturali” siciliani con le loro proprietà allodiali) che vedeva nel sovrano il massimo garante dall’arroganza dei potenti, sia da parte delle minoranze etniche, che vedevano nel Gran Conte l’unica possibilità di loro sopravvivenza.

Così i greco-siculi, di cui è difficile dire se possano davvero considerarsi una minoranza nella Sicilia dell’epoca, specie nel Val Demone. Così soprattutto gli arabi e gli ebrei, almeno quelli non fuggiti in Africa dopo la conquista normanna. Né Ruggero, né Adelasia forzavano le conversioni, che pure nel tempo sarebbero state inevitabili, per non perdere questo vantaggio indubbio che ne traeva la corona.

Questo solido edificio non fu scosso negli undici anni di reggenza, durante la quale non si registrano controversie militari tra i feudatari. Interessante in tal senso la testimonianza di una contesa sui confini tra due feudatari ai tempi di Adelasia, in cui, come se fosse la cosa più scontata al mondo, i due contendenti si rivolsero per avere giustizia alla Contessa Reggente. Questa nominò una commissione di “pari” (i Normanni avevano portato in Sicilia la tradizione che i nobili dovessero essere giudicati solo da altri nobili) per verificare i diplomi di concessione di Ruggero e ristabilire il diritto. Durante la visita in loco una delle due parti, vedendo le proprie ragioni non riconosciute, tentò una sortita di prepotenza feudale, sguainando la spada e dicendo che i propri diritti arrivavano dove li poteva difendere la spada. La Commissione, impassibile, lo isolò e gli intimò di ricomporsi per non macchiarsi di fellonia e di lasciare che la giustizia del Gran Conte, per mezzo della Gran Contessa Reggente, avesse il suo corso. Il feudatario ebbe paura dello Stato di Sicilia e lasciò pacificamente che la giustizia della Contessa prevalesse.

Questo episodio è ben più che un fatto di cronaca: un potente feudatario ebbe paura di una donna sola al comando per conto di un sovrano bambino. La Sicilia era più che solida. Ed era all’avanguardia. Nel 1109 si deve ad Adelasia il primo documento ufficiale d’Europa su carta, segno che la nuova materia prima dei ranghi amministrativi stava cominciando a prevalere sulle più costose pergamene. La sostituzione della pergamena con la carta era funzionale ad un’Europa in cui le crescenti burocrazie pubbliche avevano bisogno di uno strumento flessibile, economico ed ampiamente disponibile come era appunto la carta. Questo processo cominciò proprio in una Sicilia che sapeva essere all’avanguardia per i tempi.

Un grande aiuto alla stabilità venne dai rapporti esteri pacifici che aveva lasciato Ruggero. Questi, prudente per la presenza di minoranze musulmane e ortodosse che insieme costituivano la maggioranza dei suoi sudditi, aveva concluso una tregua con gli Ziriti di Tunisia e non aveva voluto seguire il fratello nelle sue avventure militari contro l’Impero bizantino. Aveva declinato l’invito dei Pisani di assalire Tunisi. Il dividendo di questa politica pacifica lo incassò Adelasia, che poté governare con tutte le frontiere, soprattutto quella meridionale, saldamente in pace.

Adelasia, molto religiosa stando alle testimonianze, continuò l’opera di ristabilimento del Cristianesimo in Sicilia iniziata dal marito. Altre abbazie furono istituite o completate sotto il suo governo. In tutta la Gran Contea con regolarità il servizio del culto continuò ad essere finanziato con il regime della decima.

Adelasia non pare sia stata molto affezionata alla Calabria. Per controllarla preferiva risiedere di tanto in tanto a Messina. Ma a lei si deve lo spostamento definitivo e stabile della capitale a Palermo, la città più fiorente e quella da lei più amata. La città, alla conquista, era stata affidata ad un “emiro”, tale greco-siculo di nome Eugenio, forse per rispettare la tradizione araba, sia pure con un cambio della guardia in cui i posti di potere ora spettavano a quelli che un tempo erano i cristiani sottomessi. Il termine “emiro” fu storpiato alla latina, diventando “admiratus”, poi volgarmente “almirante”, o “ammiraglio”, un altro termine che l’intero mondo occidentale deve alla Sicilia. Che c’entra l’emiro di Palermo con gli ammiragli che comandano le flotte? È curiosa la storia di questo vocabolo, che porta tanta storia siciliana con sé. A Palermo aveva sede ciò che restava della “flotta emirale”, che restò sotto l’amministrazione dell’Emiro/Ammiraglio di Palermo.

Lo spostamento della capitale a Palermo fece trasformare l’ammiraglio poco a poco da “governatore della città” (che però per metà, la Kalsa, era ancora del Duca di Puglia) a una sorta di “gran visir” ai servizi della Contessa per tutti gli affari dello Stato. Così troviamo in questo ruolo in un diploma del 1110 e poi nel 1112 tale Cristoforo. Nel 1112 Palermo era già stabilmente la capitale e l’ammiraglio, poi “Grand’Ammiraglio”, Primo Ministro e Comandante della potente flotta siciliana. Col tempo – come vedremo – le funzioni esecutive dei Grandi Ammiragli sarebbero decadute, e il termine di comandante della flotta sarebbe rimasto nel sentire comune. Notevole il fatto che la carica, almeno sino a questo momento, sia appannaggio non di feudatari latini, ma della componente greco-sicula, ormai alla riscossa, e fonte di estrazione di quella burocrazia comitale che rendeva il sovrano tanto potente nei confronti dei suoi stessi feudatari.

Se la Curia comitale, allora massimo e unico organo legislativo, esecutivo e giudiziario, abbia subito qualche trasformazione non sappiamo. Mancano troppo i documenti, ma pensiamo che non ci siano state innovazioni di sorta, se non la sedimentazione di una prassi, dapprima occasionale.

Nel 1112, al compimento dei 17 anni di Ruggero II, la Contessa pensò bene di immetterlo nel dominio. Ruggero era un giovane sveglio e capace; non poteva lasciare lo Stato in mani più solide.

Poco dopo, sui primi del 1113, la vediamo ancora a Corte, presiedere insieme al figlio quasi diciottene un altro “protoparlamento”, presso la Sala Reale di Messina. Fu praticamente l’ultimo atto politico di Adelasia. Come a Mazara nel 1097 era ancora solo la solita assemblea di nobili e prelati che doveva decidere una semplice questione amministrativa, per quanto delicata, relativa alla nomina di un vescovo in una sede vacante.

Eppure in questa “assise” rileviamo una piccola novità istituzionale: per la prima volta fu “intercomitale”. Pur trattandosi di una sede vescovile calabrese gli invitati non furono solo calabresi, come erano stati solo siciliani nella prima assise, ma provenienti dalle due contee, le cui amministrazioni erano state sino ad allora relativamente distinte. Si cominciava ad intravedere la fusione perfetta tra Sicilia e Calabria che Ruggero avrebbe portato a termine soltanto nel 1130.

E così esce dalla scena politica del governo siciliano, a 39 anni, questa coraggiosa sovrana siciliana del Medio Evo.

Un epilogo, tuttavia, merita la sua cupa successiva storia personale. Madre e figlio pensarono di concludere un grande affare politico, con delle seconde nozze: nel 1113 Adelasia andava in sposa di Baldovino, re crociato di Gerusalemme, partendo con una vera e propria flotta carica delle migliori ricchezze della Sicilia. Il figlio Ruggero sarebbe stato, in assenza di eredi legittimi, erede del lontano regno cristiano in Palestina.

La spedizione si trasformò in una vera truffa ed oltraggio da parte dello squattrinato re crociato. Questi si scoprì essere separato da una prima moglie, armena, mentre la Chiesa non aveva annullato questo primo matrimonio.  Usò la ricca dote di Adelasia semplicemente per pagare il soldo delle sue truppe, perennemente assediate dai musulmani, e questa finì per trovarsi quasi prigioniera in una condizione surreale in cui il suo matrimonio non era considerato legittimo mentre lei era senza risorse in terra straniera al fianco di un opportunista perfettamente sconosciuto che si era praticamente dimenticato di lei. Alla fine il suo matrimonio fu ufficialmente annullato e le fu concesso di tornare a casa, ma Baldovino non poté restituire la dote, anche perché già l’aveva spesa tutta. Tornò così, umiliata e senza un denaro, in Sicilia nel 1117. Questa esperienza dovette distruggere moralmente la già provata tempra di questa donna, che trovò rifugio unicamente nella fede. Portò con sé l’ordine dei “carmelitani”, che proprio in Terra Santa era nato, e che con lei si sarebbe diffuso in Europa.

Il figlio, il giovane Ruggero II, pare sia stato furibondo per questo oltraggio subito dalla madre, ma era nell’impotenza di vendicarsi su di un regno così lontano dalla Sicilia. La volle di nuovo a corte, al suo fianco, ma Adelasia semplicemente non voleva più niente, se non essere lasciata in pace, aspettando una fine che sentiva ormai vicina. Dopo qualche tempo trascorso in un convento di Palermo, si spostò più lontano, in un convento di Patti, senza neanche prendere i voti, per poter soltanto attendere la morte lontana da occhi indiscreti. E questa arrivò poco più di un anno dopo, e con lei forse finalmente la pace, a soli 44 anni.

Di lei ci resta solo l’immagine dell’anonimo scultore nel sepolcro di Patti: il volto coperto dalla mano, un po’ a nascondersi nel pudore dell’ultimo respiro, un po’ inconsapevole immagine di una triste esistenza, breve e continuamente tormentata.

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