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 di Armando Melodia

Oggi si è concluso il congresso della CGIL con l'elezione di Maurizio Landini a segretario generale.

A lui un sincero augurio di buon lavoro.

Però voglio cogliere questa occasione per avviare una riflessione sul sindacato e in particolar modo sul sindacalismo siciliano.

So bene che oggi la parola sindacato evoca reazioni di disapprovazione se non di disgusto e appellare qualcuno con il termine sindacalista sembra avere una accezione offensiva. Cerchiamo però di ragionare restando al di sopra di queste sensazioni - spesso perfino giustificate - e proviamo a distinguere la funzione sociale del sindacato dall'interpretazione che di questa hanno dato i sindacati italiani negli ultimi decenni. Partiamo dal principio: il sindacalismo nasce con l'esigenza di rivendicare, conquistare e tutelari diritti che consentano ai lavoratori di migliorare la loro condizione sia dal punto di vista economica che sociale.

 

E' vero che, negli ultimi decenni, troppo spesso i responsabili ai vari livelli del sindacato hanno confuso la salvaguardia di diritti dei lavoratori con la difesa aprioristica dei propri iscritti, fino al punto da rendersi complici di comportamenti irresponsabili di disaffezione al lavoro, al limite del sabotaggio, che hanno provocato il deterioramento dei rapporti con i datori di lavoro e, in qualche caso, la perdita di posti di lavoro. E' vero che spesso gli stessi dirigenti hanno confuso la tutela dei posti di lavoro con la conservazione di siti produttivi e sistemi produttivi ormai obsoleti.  E' altrettanto vero però, che la necessità di rivendicare, conquistare e tutelari diritti per i lavoratori continua ad esserci, anzi per certi versi è ancora più forte di prima, in una società che disaggrega il lavoro rendendolo rarefatto, precario sia nei contenuti che nelle tutele. Questo vale ancora di più per la disastrata realtà Siciliana.

La Sicilia appunto. Non sono uno storico del sindacato ma mi pare di potere affermare che la prima forma di sindacalismo nasce proprio in Sicilia, quando il primo maggio del 1891 si costituisce a Catania il primo Fascio dei Lavoratori. Quello dei Fasci dei lavoratori fu un movimento popolare di grande partecipazione che si affermò e agì fino al 1894. Fu contrastato ferocemente dallo Stato italiano che si macchiò di numerosi eccidi. Cito dal sito Restorica (www.restorica.it/moderna/i-fasci-siciliani-dei-lavoratori/)

"Le diverse manifestazioni furono piena espressione di compattezza popolare ma soprattutto, si distinsero per la serietà e l’assenza di qualsiasi episodio violento. Il governo, dunque, passò ad una fase dura; il primo ministro italiano iniziò a ponderare la possibilità di reprimere i Fasci con la forza. Ancora prima dell’infausta decisione di proclamare lo stato d’assedio nell’isola, diversi eccidi vennero commessi contro la popolazione durante il governo Crispi:

1) Il 10 Dicembre 1893, a Giardinello, una dimostrazione contro il Sindaco e la sua politica di favoritismo, provocò 11 morti;

2) il 25 Dicembre dello stesso anno, a Lercara, una manifestazione contro le tasse portò all’uccisione di 11 morti e diversi feriti;

3) il 1 Gennaio 1894, a Pietraperzia, una manifestazione, anch’essa contro le tasse, provocò 8 morti e numerosi feriti;

4) il 3 Gennaio 1894, a Marineo, una nutrita folla radunatasi per protestare contro i dazi sulle farine, ricevette come risposta il piombo. Sul terreno rimasero i corpi di 18 persone.  

A queste ed altre proteste portate avanti dalle popolazioni rurali per la riduzione o l’abolizione delle tasse comunali, il governo rispose con un silenzio inspiegabile; in realtà, “il 23 Dicembre, il consiglio dei ministri votò l’autorizzazione al presidente di proclamare lo stato d’assedio nelle provincie siciliane ove e quando l’avesse creduto necessario.”4 Si arrivò così al 3 Gennaio 1894, data in cui iniziò la repressione militare. Il gruppo dirigente dei Fasci venne arrestato insieme con tanti altri militanti. Miglia furono gli arresti e gli invii al confino operati in più di settanta paesi siciliani;  tutti i fasci vennero sciolti e i capi subirono processi dai Tribuni Militari. Le manifestazioni di solidarietà nei confronti dei processati furono tante e l’interesse dell’opinione pubblica si dimostrò alto."

Un sindacalismo militante e popolare che ha costituito anche negli anni del dopoguerra una forza propulsiva per l'emancipazione da un feudalesimo antistorico degli strati più poveri della popolazione, ed ha fatto da barriera contro l'arroganza di un capitalismo incipiente e la prepotenza di uno Stato italiano sempre pronto a reprimere nel sangue, direttamente o attraverso il braccio armato della mafia, il desiderio di libertà e dignità del popolo siciliano.  Una repressione che ha provocato un numero incredibili di caduti proprio tra le fila del sindacato: tra il 1911 ed il 1982 sono più di quaranta. Da Bernardino Verro, fondatore dei Fasci dei lavoratori, a Placido Rizzotto, a Giovanni Orcel, Accursio Miraglia, Gaetano Guarino, Giuseppe Casarubea e tanti, troppi, altri. A questi bisogna aggiungere i manifestanti uccisi per l'intervento armato della forza pubblica: la strage del pane del 19 ottobre 1944 (24 morti e 158 feriti), i morti del luglio '60 (1 a Catania e 4 a Palermo), quelli di Avola del '68 (2 morti e 10 feriti).

La memoria di questi siciliani caduti per la libertà non può andare perduta!

Non va neanche disperso lo spirito di quel sindacalismo, anzi va rinnovato ed innovato per potere dare risposte serie alle esigenze delle giovani generazioni, prima fra tutte: lavoro e stabilità.

Ma le organizzazioni sindacali italiane sono in grado di immergersi in questo spirito? Sono capaci di individuare le specificità della Sicilia rispetto al resto d'Italia, le sue diverse esigenze e soprattutto le specifiche appropriate soluzioni? O anche per il sindacato ci troviamo di fronte alla analoga situazione esistente per le forze politiche: la subordinazione alle scelte fatte in un altrove lontanissimo dalla Sicilia?

Temo che la risposta sia no alla prima domanda e si alla seconda. Eppure l'esigenza di un sindacalismo militante e popolare esiste e resiste perfino alla desertificazione (demografica e produttiva) della Sicilia, anzi, da questa trae maggior impellenza.

E allora? La risposta sta in un'altra domanda: a quando un sindacato siciliano per rivendicare, conquistare e tutelare i diritti dei lavoratori siciliani?

Quando le organizzazioni sindacali serie (e ve ne sono) operanti in Sicilia si affrancheranno dal dominio delle segreterie centrali e centraliste?

Quando si renderanno conto che battersi per il lavoro e per i lavoratori in Sicilia vuol dire battersi affinché la Sicilia si appropri degli strumenti necessari a mettere in atto politiche per un reale progresso economico e sociale e questi strumenti si chiamano: piena attuazione degli articoli finanziari dello Statuto, estensione della Zona Economica Speciale a tutto il territorio dell'arcipelago siciliano, moneta fiscale.

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