Lingua e letteratura latina di Sicilia (II parte)

L’età sveva:

La fase “sveva” della storia siciliana, durante il lungo regno dell’Imperatore Federico II e poi del figlio Manfredi, segna un periodo in cui la letteratura latina fu finalmente grande. È pur vero che in questo stesso periodo nasce anche la letteratura volgare, e quindi la Lingua Siciliana scritta, ma questa è ancora soltanto lingua di poesia, incapace di sostituire il latino in tutti gli usi “seri”, siano essi quelli amministrativi o quelli scientifici, che invece ora sono in grande rigoglio in Sicilia. In questa fase troviamo pure finalmente autori latini siciliani, sebbene siano ancora molto pochi in relativo ai non pochi immigrati o ai “meridionali” della parte continentale del Regno.

Il tratto di quest’epoca è che la latinizzazione dell’Isola, iniziata con l’invasione normanna, prende finalmente l’accelerazione che porta le altre lingue e religioni dell’isola o alla rapida scomparsa (come con gli arabi) o al declino o all’emarginazione (come con i greci e gli ebrei). Già l’ultimo re normanno, Tancredi, aveva abolito l’uso corrente del greco nella cancelleria regia a favore del latino (siamo nel 1190, ma ancora – fino alle successive Costituzioni di Melfi – le leggi sarebbero state scritte anche in greco) che, a parte l’uso da “ghetto” dell’arabo per i pochi musulmani rimasti, diventa così l’unica lingua ufficiale dell’isola.

Continuano il genere letterario delle traduzioni dal greco e dall’arabo che si era iniziato sotto i Normanni, anzi potremmo dire che questo letteralmente esplode. In Occidente il sapere degli antichi greci, perso alla caduta dell’Impero Romano, ritorna in due ondate: la prima deve dire grazie proprio a questa grande opera siciliana (e spagnola) di traduzione in latino di questa eredità, talvolta passando dalle traduzioni in arabo, la seconda sarà data dalla caduta dell’Impero d’Oriente nel 1454 con la diaspora degli intellettuali bizantini e la riscoperta della conoscenza del greco antico. In questa prima ondata di umanesimo “siciliano”, invece, ci si avvicina ancora alla cultura greca solo attraverso le traduzioni in latino. Ma il suo impatto sulla cultura europea è stato comunque grandioso (si pensi alla filosofia “scolastica”, fondata tutta sul grande Aristotele, “maestro di color che sanno” come lo chiama Dante). E Aristotele passa in Europa proprio dalla Sicilia con i commenti del filosofo arabo Averroè, dal cui confronto sarebbe nata la filosofia di Tommaso d’Aquino, tuttora considerato Dottore della Chiesa Cattolica.

Accanto a questo genere tradizionale, però, la letteratura latino-sicula conosce un’esplosione di temi nuovi, “scientifici” per lo più, ovviamente nel modo in cui potevano esserlo allora, cioè poco più che magia e superstizione.

Un contributo importante, infine, alla letteratura fu dato dalla legislazione approvata nei Parlamenti di Sicilia (le “Costituzioni”). Questa era già iniziata ai tempi di Ruggero II (le “Assise di Ariano”) e degli altri sovrani normanni, ma è con Federico II che la legislazione viene riorganizzata (Melfi, 1231) in un grandioso corpo sistematico che copriva le materie lasciate scoperte da Giustiniano nel suo Corpus Juris. Quel grande Imperatore (VI secolo d.C.) aveva raccolto tutto il diritto romano antico in materia civile, e questo ora, sotto Federico II, veniva studiato, commentato, adottato come base della legislazione civile. Ma a questo, nelle Costituzioni, Federico aggiungeva il diritto pubblico, quello penale, quello processuale, ispirandosi a criteri di grande modernità e razionalizzazione. Con poche modifiche quella legislazione, avanzatissima per i tempi, sarebbe rimasta alla base dell’ordinamento dei due Regni di Sicilia (quello di Napoli, cioè, e quello di Sicilia vero e proprio) fino all’età contemporanea. La legislazione fu raccolta nel Liber Augustalis.

Una particolarità degna di nota, infine, è che il centro principale di irradiazione della cultura latina in Sicilia è ora Messina, e non più Palermo, in relativo declino. Palermo, infatti, pur avendo ospitato il re da fanciullo, ed essendo stata all’inizio la sede del regno, diventa col tempo solo capitale nominale, mentre la cancelleria imperial-regia diventa itinerante, e sempre più spesso ubicata nel Continente. Ma la vera capitale amministrativa del Regno, soprattutto della Sicilia propriamente detta, è appunto Messina, dove si pensa sia nata la stessa “Scuola Siciliana” con cui inizia la nostra letteratura volgare.

Fra i letterati di quest’epoca possiamo annoverare lo stesso Federico II, cui si deve un corposo trattato sulla caccia con i falconi, preparato meticolosamente per più di trent’anni a partire da un abbozzo elaborato già da un cortigiano di Ruggero II, e finalmente scritto tra il 1244 e il 1248: De arte venandi cum avibus (Dell’arte di cacciare con gli uccelli). Lo scritto è interessante non tanto per il soggetto, oggi inusuale, ma perché preceduto da un’elencazione degli uccelli conosciuti all’epoca, insomma un vero trattato di ornitologia. L’autore dimostra anche di possedere uno stile che già è scientifico, lontano da ogni ampollosità letteraria, e si distingue per il rigore nel metodo. In questo sono determinanti gli apporti di re Manfredi che ne cura personalmente alcune parti nella riedizione del testo.

Nella schiera dei traduttori più grande di tutti è certamente Michele Scoto, un intellettuale scozzese, cresciuto culturalmente a Toledo, in Spagna, poi trasferitosi in Italia e infine in Sicilia come “astrologo di corte”, dove visse sino alla morte (1235 o 1236). A lui si deve il recupero di Aristotele, di cui tradusse la Fisica e la Metafisica dall’arabo insieme al commento originale di Averroè; da lui poi Aristotele sarebbe approdato alle università europee, prima fra tutte quella di Bologna, alla quale lo stesso Federico II inviò le copie accompagnate da una lettera personale. Tradusse anche il De Animalibus, bestiario o, modernamente, trattato di zoologia, dell’arabo-ebreo Avicenna. Scrisse anche una trilogia personale, i cui primi due libri volevano essere un trattato di astronomia/astrologia, allora non ben distinte, e il terzo un trattato di “fisiognomica”, cioè dell’arte di riconoscere il carattere degli uomini dal loro aspetto esteriore, ritenuta utilissima ai re secondo il nostro autore:

  1. Liber introductorius;
  2. Liber particularis;
  3. Physiognomia.

Successore nella carica fu Maestro Teodoro di Antiochia, siriano dunque. Anche lui fu un grande traduttore, scrisse un trattato di igiene rivolto direttamente all’Imperatore ed era in corrispondenza con i principali studiosi del tempo. Fra questi si ricordi almeno Leonardo Fibonacci, o Pisano, primo trattatista matematico che portò in Europa i numeri arabi e inaugurò, con la “computisteria”, la prima letteratura economico-aziendale. Quest’ultimo grande studioso dedicò a Federico il suo Liber Quadratorum.

In genere, però, soprattutto l’ultimo Federico sposta sin troppo l’asse del suo Regno nella parte continentale, le “Puglie”, come già iniziavano a chiamarsi. Risiedeva ormai stabilmente a Foggia, fondò l’Università di Napoli. Come si è detto nella stessa Sicilia la vera capitale era Messina, più vicina al Continente. I membri della sua cancelleria, in gran parte italiani del Sud, furono anch’essi validi autori latini, molti del genere epistolario (le lettere). È curioso come la Sicilia durante l’epoca fridericiana sia stata la patria della letteratura volgare (Cello d’Alcamo, Jacopo da Lentini) mentre il “Sud” era la patria della letteratura latina, segno forse che la latinizzazione dell’isola, per quanto ormai avanzata, non aveva ancora salde radici. Inutile in questa sede ricordare tanti nomi e opere, per tutti valga quello di Pier delle Vigne, sfortunato “segretario” dell’Imperatore, in quanto si tratta in gran parte di una letteratura che è siciliana solo di nome, essendo tutta svolta da autori meridionali in terra meridionale, e che comprende opere teatrali, cronache (interessante quella di Riccardo di San Germano, che avrebbe creato il “mito” di Guglielmo II il Buono), opere di carattere giuridico/politico (come il De Regni Siculi Administratione, di Terrisio di Atina del 1245) ed altre ancora.

Sotto il regno di Manfredi la Sicilia torna un po’ a far sentire la sua voce, riacquistando una qualche importanza, forse perché la Puglia diventa frontiera nella lunga lotta contro il Papato che condurrà alla fine del regno svevo. Sono soprattutto traduzioni dal greco, dovute a intellettuali messinesi, cioè – come si ricorderà – della città più greca di Sicilia: Bartolomeo da Messina, Niccolò Siculo, Stefano da Messina. Ma il periodo è troppo breve per dare un giudizio compiuto.

Erroneamente attribuita al cavaliere angioino Niccolò Jamsilla, che ebbe solo il merito di rubarla al vero autore, forse calabrese, è un’interessante storia, De rebus gestis Friderici II Imperatoris (Storia di Federico II imperatore), con cui si chiude degnamente la letteratura latina di Sicilia dell’epoca sveva.

Il latino nel Vespro e nell’Umanesimo:

Con la Rivoluzione nazionale del Vespro il latino, sebbene restasse sempre la lingua cancelleresca, notarile e del diritto, comincia lentamente ad arretrare nei confronti del Volgare. I “Capitoli” approvati dai Parlamenti ora sono redatti direttamente in Siciliano, che per due secoli circa, è l’unico volgare usato, a parte alcuni frammenti di catalano o, addirittura, di provenzale. Una certa storiografia tradizionale ha voluto vedere nell’uso dirompente del Siciliano nel Trecento una sorta di dimostrazione della “barbarie” di questo periodo, come se l’uso del Siciliano in sé fosse sinonimo di barbarie e, chissà mai perché, quello coevo del Toscano di civiltà. Si tratta in realtà di pregiudizi razzisti che oggi dovrebbero essere del tutto superati in quanto ispirati, quanto meno inconsciamente, ad una logica della “conquista” del Sud Italia da parte del Nord vista anche come “civilizzazione”.

La Sicilia del Trecento usciva progressivamente dal Medio Evo e vedeva ormai il latino soltanto come la lingua per la comunicazione colta internazionale, ma non più la lingua viva, e non poteva sostituirla con altra lingua che non fosse quella effettivamente parlata nell’Isola. Del resto non c’era ai tempi nessuna motivazione politica perché si dovesse adottare una forma più “italiana”. Quando, nel Quattrocento, i legami con il Napoletano si fecero più forti durante la monarchia alfonsina, la quale a sua volta aveva adottato il Toscano (e non il Napoletano) come lingua cancelleresca, il Siciliano burocratico si fa un po’ meno etnico e più aperto alle contaminazioni italiane, ma nulla più di questo. La Sicilia di allora, e soprattutto dopo il Vespro, si considerava in tutto e per tutto una vera e propria “Nazione”, distinta anche dal Sud Italia, e come tale era naturale che valorizzasse la propria lingua, ciò che è un fatto di normale e assoluta modernità, al pari di paralleli fenomeni che andavano svolgendosi in tutta Europa, dalla Spagna alla Germania, per così dire. E questo tanto più nel Trecento in quanto, in quel secolo, la Sicilia era anche politicamente un’entità statuale del tutto indipendente, un vero e proprio Stato-Nazione.

Semmai furono le condizioni belliche e le difficoltà socio-economiche successive al dilagare della Peste Nera, dalla seconda metà del XIV secolo, a ridurre le occasioni per una letteratura di spessore, se si eccettua un po’ di una trattatistica religiosa. Ma anche questa aveva trovato migliori espressioni nella prima metà del secolo.

Essa, infatti, trova il suo massimo cultore in un medico catalano vissuto alla corte di Federico III: Arnaldo da Villanova (1238-1311). Questi era ispiratore di una corrente francescana spiritualista di rinnovamento della povertà evangelica. Questa corrente fu protetta dallo stesso re siciliano, che visse a un certo punto un momento di vera conversione religiosa, e giunse ai confini dell’eterodossia e del protestantesimo nel rifiutare o ridurre il ruolo del clero nell’interpretazione della Sacra Scrittura e nella sua lotta contro la mondanità della Chiesa, senza però mai rompere con la stessa, a differenza di come avrebbero fatto poco dopo gli irriducibili seguaci di Fra’ Dolcino. Ad Arnaldo si deve l’Allocutio cristiani, un elogio della giustizia e del ruolo del sovrano nel rendere giustizia in specie ai più poveri, l’Interpretatio de visionis in somniis, in cui interpreta due sogni fatti dal re Giacomo d’Aragona e Federico di Sicilia fugando i dubbi di quest’ultimo sull’origine divina dei Vangeli che gli erano venuti al solo guardare la condotta corrotta della Chiesa, e la Lectio Cathanie in cui compendia la propria dottrina spirituale, ma anche sociale e politica. I consigli di Arnaldo diventarono legge nei Capitoli approvati dal Parlamento nel 1310: fu limitato il gioco d’azzardo, furono poste restrizioni alle professioni e alla residenza degli ebrei, furono proibite le magie e gli incantesimi, fu favorita la conversione al cristianesimo degli schiavi musulmani (vietando la tortura agli schiavi di religione cristiana) e la conversione al cattolicesimo degli schiavi greco-ortodossi (disponendo la liberazione dopo sette anni dalla conversione), furono riordinati gli studi con il favore anche per la conoscenza delle lingue orientali. Queste leggi sarebbero arrivate praticamente all’epoca napoleonica.

Sempre negli stessi anni la Sicilia ospitò il predicatore maiorchino Raimondo Lullo (1265-1315) che sperava che Federico III si mettesse a capo di una crociata o di una missione di dotti cattolici incaricati di convertire i dotti musulmani. Si trattava di speranze irrealistiche, ma il Lullo lasciò a Messina decine di opuscoli che incitavano a tali iniziative.

Intorno alla metà del secolo, accanto a questa letteratura propriamente religiosa, peraltro opera di autori sostanzialmente estranei alla Sicilia, ne nasce un’altra autoctona, tra il religioso, il giudiziario e l’amministrativo. Nel vuoto di potere lasciato dalla monarchia in rovina questa volta sono i benedettini di San Martino delle Scale ad accendere un faro di cultura. Dobbiamo soprattutto all’Abate Senisio una serie di scritti sulla disciplina dei conventi benedettini che già prefigurano addirittura un primo nucleo di cultura amministrativa e contabile. Alcuni studiosi dell’Ottocento hanno voluto vedere antistoricamente nell’opera del Senisio persino l’invenzione della partita doppia prima che questa partisse dalle sue sedi storiche di Venezia e della Toscana. Questa tesi non ha retto all’analisi approfondita degli archivi contabili che ci sono pervenuti. Ma è certo che con lui inizia una tradizione “manageriale-monastica” che a Palermo avrebbe avuto grande seguito nei secoli successivi fino a esplodere nel Seicento con la nascita della “Scuola Palermitana di Ragioneria” ad opera, questa volta, dei Padri Gesuiti.

Ma Il genere letterario in cui la Sicilia del Vespro fiorì di più fu quello storico-politico-nazionalistico. In una parola furono le storie del Vespro a dominare questa fase. E queste furono scritte tanto in latino quanto in siciliano. In ques’articolo, ovviamente, parleremo degli scrittori latini.

I quattro grandi storici latini del Vespro furono: Bartolomeo di Neocastro, Nicolò Speciale, Michele da Piazza e l’Anonimo palermitano.

Caratteri comuni di questi quattro storici furono: il nazionalismo siciliano, la descrizione prevalente delle gesta dei Re di Sicilia senza tener molto conto delle relazioni internazionali legate a quegli eventi, un certo municipalismo nei rispettivi punti di vista.

La Cronaca di Bartolomeo da Neocastro (1240-1293) parte dall’età di Federico II, nella quale aveva trascorso la giovinezza, ed arriva sino al 1293. Ma la parte centrale di questa narrazione è quella della Rivoluzione del Vespro, dopo rapidi cenni sull’età sveva ed angioina, vista dal punto di vista privilegiato dei Messinesi, al punto che la sua storia talvolta sembra più “messinese” che “siciliana”. Dapprima aveva redatto l’opera in versi, come un vero e proprio poema epico, poi, per maggiore semplicità, l’aveva girata in “solemnem prosam”. Il trattato in prosa ci è pervenuto, mentre il poema si è perduto. Nella sua storiografia predomina l’intervento divino, visto come risolutore delle ingiustizie umane.

Più completa appare la Historia sicula di Nicolò Speciale che, dopo un prologo, descrive accuratamente le vicende del Vespro e della successiva monarchia di Federico II fino alla morte e poco oltre. Il trattato sarà stato scritto tra il 1337 (morte di Federico III) e il 1340 (anno della cacciata della potente famiglia dei Palizzi, di cui non si trova traccia nel suo libro). Lo Speciale, oltre ad essere storiografo equilibrato e attendibile, è anche il vero “ideologo della Nazione Siciliana”. La sua storia è molto più laica di quella di Neocastro, ottimista e legata alla virtù degli uomini, quando non alla fortuna. Egli rivendica per la legittimazione a governare la Sicilia il “comune consenso e la volontà dei cittadini”, rivelando come non mai le basi culturali  del costituzionalismo siciliano uscito dalla Rivoluzione del Vespro, già in nuce democratiche. Notevole è anche il suo stile letterario che, per eleganza, lo fanno sembrare già quasi un umanista più che un cronachista medievale.

Molto più popolare, un po’ rozza, piena di innesti in siciliano, è la Historia del religioso Michele da Piazza. Qui è la Sacra Scrittura a fare da guida allo scrittore e il “punto di vista” municipale, ora, è quello del “partito catanese” degli Alagona. Però quest’autore, proprio perché esce dagli allori letterari dei suoi predecessori, ci dà una rappresentazione più viva della Sicilia di allora, e implicitamente ci dà ragguagli sulle condizioni economiche e sociali su cui avevano sorvolato i due letterati di prima. Ci parla anche della condizione del popolo minuto, dell’andamento degli approvvigionamenti e delle esportazioni di grano, quasi anno per anno, e in questo appare assai utile alla storiografia economica moderna.

La sua storia, poi, è preziosa, perché va dal 1337 (cioè proprio da dove aveva interrotto lo Speciale) al 1361. E quindi, più che una “Storia del Vespro”, è una storia della Sicilia “uscita dal Vespro”, in una stagione che si fa via via più cupa, dilaniata dalla guerra civile e dagli odi di partito, ma sulla quale ancora non si era abbattuta la grande tragedia dell’estinzione della casa regnante e della fine dell’indipendenza. Pur sotto la protezione degli Alagona, Michele da Piazza si scaglia violentemente contro le usurpazioni dei baroni a discapito dell’autorità del re, difende questo e l’unità del regno come l’unica possibilità per la Sicilia di avere un futuro. La cultura nazionalista del Vespro, sebbene ormai cominci a perdere di ottimismo, è ancora vivissima in quest’autore che rinfaccia a città e feudatari i cedimenti nei confronti degli angioini o i tradimenti degli interessi della Sicilia.

L’ultimo dei quattro grandi autori dell’epoca del Vespro è l’Anonimo di Palermo con il suo Chronicon siculum. Vuole essere una cronaca asciutta, senza ideologia, di tutta la storia di Sicilia dalle origini al 1343. Però su quella antica dimostra quanto la memoria storica dei fatti antichi di Sicilia allora si fosse perduta. I Siciliani del Trecento, a differenza che nelle dotte disquisizioni di Nilos Doxapatris dei tempi di Ruggero II, avevano dimenticato del tutto l’antico Impero romano, o preferivano ignorarlo. Si ricordavano vagamente che nell’Antichità c’erano stati i greci, ma sotto la favola che Menelao, il marito della regina Elena di Troia, aveva regnato sulla Sicilia. Poi confondevano l’antica presenza greca con quella più recente dell’Impero bizantino, di cui conservavano qualche memoria storica. E infine confondevano il tentativo di riconquista dell’Isola da parte di Giorgio Maniace con la chiamata degli Arabi di Eufemio di due secoli prima. Così l’anonimo fa del figlio di Maniace quello che avrebbe chiamato gli arabi in Sicilia a causa del fatto che il padre era stato richiamato e condannato in patria (ciò che in effetti era vero). Questi svarioni storici furono però “fortunati” e si dovette attendere il 1500 con il Fazello, per rimettere a posto la storia siciliana, poiché questi miti sarebbero finiti per essere accettati da tutti. Sui Normanni e gli Svevi la storia comincia invece ad essere attendibile, anche se poco partecipata e dettagliata, almeno fino alla morte di Federico II.

Dopo il Vespro, infine, l’autore si “accende” e la sua cronaca diventa come un giornale di guerra, attendibile, prezioso per noi contemporanei, anche se un po’ deformato dalla prospettiva troppo “palermitana” dell’autore.

Con il regime dei Quattro Vicari questa storiografia nazionale e nazionalista si spegne di colpo. I baroni che dominano l’isola sono interessati a proteggere le arti ma sono in grande imbarazzo sul piano della legittimità del loro dominio e non vogliono sollevare troppi distinguo storiografici e ideologici. Peraltro anche la documentazione ufficiale, almeno quella palermitana, soffre molto in questo periodo. Gli archivi di Palermo, ad esempio, sono stati distrutti (forse dai Martini) proprio per il periodo 1351-91 forse al fine di cancellare ogni traccia del dominio “usurpatore” dei Chiaramonte. E tale perdita per la storia è gravissima.

Riprende alla fine del secolo XIV e inizi del XV una debole vena storiografica siciliana, non a caso quando l’autorità del re è finalmente restaurata. Ma si tratta solo di tre piccole storie, deboli nell’impianto, ideologiche nella difesa della legittimità di dominio dei nuovi re di Sicilia, prive dell’orgoglio siciliano che era stato il punto forte della storiografia del Vespro. È comunque il segno di una debole tradizione che continua e che riprende il filo della narrazione dove era stato lasciato dai predecessori. Questo filone continua sotto i primi re “stranieri” Ferdinando ed Alfonso, sempre come annali di tipo giuridico-dinastico (vicende dei re, e loro legittimazione nella successione al trono di Sicilia). C’è ora una piccola maggiore attenzione alle fonti storiografiche, ma nulla di veramente moderno. Fra questi autori troviamo un discendente dello Speciale, che scrive una Epistola Nicolai de Speciali de genologia Regum  (“lettera di Nicola Speciale sulla genealogia dei re”). Questo nipote e omonimo del grande storico del Vespro, fu Vicerè di Sicilia ai tempi di Alfonso il Magnanimo, buon legislatore e raccoglitore di leggi siciliane ma, nonostante la “carriera” fatta dalla famiglia, la sua storiografia cortigiana appare solo un ombra di quella dell’avo. Non si può dire, però, che lentamente tanto lo stile letterario quanto il rigore nel mettere a posto i fatti di Sicilia, almeno dalla conquista normanna in poi, non facessero dei progressi.

Fuori classe fu invece il domenicano Pietro Ranzano, nato in Sicilia nel 1428, ma poi formatosi in Italia in ambiente umanistico. A lui dobbiamo una storia universale dal titolo Annales omnium temporum, dalla creazione del mondo al 1440. Opera di erudizione universale che, come quella del suo lontano predecessore Diodoro Siculo, resta molto diseguale nelle sue varie parti, in funzione delle fonti che sono utilizzate. Ranzano parla un linguaggio “italiano” umanistico che ancora nell’Isola è completamente sconosciuto, ma la sua opera ebbe diffusione in Sicilia e la aprì alle nuove suggestioni pur restando l’autore fuori dall’Isola per gran parte della propria vita. A lui si deve anche un’operetta di storia municipale di Palermo: Opusculum de auctore primordiis et progressu felicis urbis Panormi (“Opuscolo sui primordi e il progresso della città di Palermo”).

E più in generale l’Umanesimo (la scoperta in Occidente dell’antica letteratura latina e greca) in Sicilia fu un fenomeno assolutamente secondario, d’importazione “italiana” diremmo. Pochi autori e marginali operanti nell’Isola, i migliori dovettero andare a studiare fuori, nonostante l’importantissima fondazione dell’Università di Catania nel 1445, e poi quasi sempre non fecero più ritorno. Così, fuori dal linguaggio dei chierici e dei giuristi/burocrati, restava poco spazio per le lettere latine, anche per la debolezza della corte viceregia rispetto alle grandi corti italiane di mecenati. Faceva eccezione la Messina del Lascaris, ma questa parlava più greco che latino e – viene il dubbio – più per il persistere di una cultura greca locale che non per un vera adesione ai nuovi canoni letterari. I migliori comunque – come detto –  andarono via. Tra questi più grande di tutti Antonio Beccadelli il Panormita (1394-1471) con il suo cenacolo napoletano o il mercante e traduttore dal greco al latino Giovanni Aurispa (1376-1459). Ma non parleremo di loro in questa rassegna, proprio perché in genere troncarono del tutto il loro rapporto con l’Isola. Proprio il Beccadelli nel 1428 ebbe ad accusare la propria patria di barbaries. In realtà la Sicilia del Quattrocento era, come altri paesi europei fuori dall’Italia (Francia, Inghilterra, Spagna), ancora un paese medievale e, soprattutto, non era ancora Italia, almeno in senso pieno. La produzione volgare, infatti, non era ancora in lingua italiana o toscana ma solo in Siciliano, tutt’al più “indebolito” da contaminazioni toscane durante il regno alfonsino. Dopo la morte di questo, la Sicilia si rinserrò nel suo nazionalismo insulare, ma senza una corte propria. E quindi decadde fatalmente nel provincialismo. Curiosamente furono siciliani, tuttavia, due grandi esportatori di Umanesimo in terra iberica: in Spagna Lucio Marineo (1460-1533), storico e professore di lettere latine e greche all’Università di Salamanca, autore fra l’altro di una lista di umanisti siciliani, per vendicare la generale “pochezza” delle nostre lettere, e in Portogallo Cataldo Parisio (1455-1517), precettore regio. Quindi “barbari”, forse, in confronto agli italiani, ma “classici” in confronto agli altri europei, anche di paesi latini.

Qualche luce ancora la dobbiamo registrare nella cultura medica. Tra i diversi autori si ricordi almeno il messinese Niccolò Scillacio che fu il primo a scrivere un vero e proprio trattato sulla sifilide, appena importata in Europa dopo la scoperta del Nuovo Mondo: De morbo qui nuper a Gallia defluxit in alias nationis (“Sulla malattia che recentemente dalla Francia è affluita in altri paesi”, cioè il “mal francese”).

Anche il diritto ebbe i suoi cultori, soprattutto negli anni di re Alfonso, quando aprì la Facoltà di Giurisprudenza a Catania. Si deve agli studi di Leonardo di Bartolomeo una riforma moderna della procedura civile e criminale dei tribunali siciliani, approvata dal Parlamento nel 1446 e poi restata in vigore per secoli.

Il lento declino del latino di Sicilia:

Con l’avvento dell’era moderna il regresso del latino si fa di decennio in decennio più evidente. In una parola si può dire che la letteratura siciliana, nei secoli XVI, XVII e XVIII sia stata trilingue: latina, siciliana e, infine, anche e sempre più italiana. In questo passaggio le due letterature volgari hanno sempre guadagnato terreno su quella latina, con una prevalenza del “toscano” sul siciliano, almeno sulle opere più impegnate di prosa, già a partire dalla metà del Cinquecento. Da quest’epoca in poi l’italiano, timidamente affacciatosi in Sicilia agli inizi del secolo, prende il sopravvento come lingua colta, mentre il siciliano, comunque, mostra segni di grande vitalità e resistenza come “lingua nazionale” (in fondo era l’unica lingua realmente parlata) unificandosi nella propria tradizione letteraria. In tutto ciò il procedimento di “italianizzazione” della Sicilia fu comunque lentissimo, quasi impercettibile: si pensi che non esisteva un’istruzione pubblica della lingua italiana fino al XVIII secolo e che, ancora nello stesso secolo inoltrato, non pochi autori parlavano di “Toscano” più che di “Italiano”. Ma del “volgare” parleremo più avanti. Qui vogliamo testimoniare di come il latino sia uscito pian piano di scena dalla Sicilia.

Nel Cinquecento, tutto sommato, il latino resisteva assai vigoroso come lingua amministrativa, almeno negli usi non troppo quotidiani, e come lingua colta ad ogni livello. Esiste persino ancora una letteratura poetica latina, più che altro strascico dell’Umanesimo del secolo precedente, anche se raramente di valore. I campi in cui la letteratura latina fu più fiorente furono quelli della cultura giuridica, dell’erudizione storica, della letteratura medico-scientifica e, ovviamente, di quella filosofico-religiosa. Si pensi, ad esempio, che ancora circa un terzo delle agiografie religiose furono scritte in latino durante questo secolo e che ancora in latino sono il 51,4 % dei testi a stampa (ma questi non avevano del tutto sostituito i manoscritti, dove la presenza del Siciliano era ancora assai importante).

Singolare, e testimone unico di quei tempi, fu il fiorire di vocabolari “latino-siciliano” o “siciliano-latino”. Fra questi ricordiamo almeno il Dictionarium di Lucio Cristoforo Scobar o il Vallilium di Nicolò Valla.  Lo stesso Scobar ci ha lasciato alcune opere di preziosa erudizione storico-geografica: il De rebus praeclaris Syracusanis del 1520 e il De antiquitate Agrigenti del 1522.

Nello stesso filone di studi geografici troviamo Gian Giacomo Adria che pubblica nel 1516 una topografia di Mazara o il grande linguista Claudio Maria Arezzo, che ritroveremo più avanti nella letteratura siciliana, che pubblica due opere di geografia: De situ Hispaniae nel 1530 e De situ insulae Siciliae libellus nel 1537.

Il genere storico, ancora, fiorisce, ma si tratta per lo più, con le eccezioni che diremo, di storiografie municipali e campanilistiche, dalle quali, forse possiamo salvare solo il Vincenzo Littàra, con il suo De rebus Netinis  del 1539 e, fra gli altri argomenti trattati, la cronologia meticolosa dei fatti di Sicilia dal 624 al 1537 (Opus pulchrum et studiosis viris satis jucundum de tribus peregrinis) di Matteo Salvagio.

Ma è solo nella seconda metà del Cinquecento che la storiografia siciliana finalmente decolla con due giganti che superano ogni superstizione medievale e inaugurano la tradizione storiografica moderna siciliana.

Il primo è Tommaso Fazello (1498-1570), che con il suo De rebus Siculis decades duae del 1558 ci presenta un prezioso doppio trattato (una “decade” per la geografia e una per la storia) in cui la Sicilia trova una sua giusta collocazione spazio-temporale dopo un lunghissimo lavoro e viaggi in tutta l’isola che durarono ventidue anni. Fazello preferisce le fonti archeologiche e quelle documentali, da lui utilizzate ampiamente, rispetto a quelle letterarie, in ciò rivelando uno spirito da storico moderno.

Il secondo, ancor più moderno per metodologia, è Francesco Maurolico (1494-1575), con il suo Sicanorum rerum compendium del 1562. Maurolico fu anche matematico, astronomo, geografo, insomma un vero intellettuale del Rinascimento ad ampio raggio e infatti fu l’ultimo dei grandi traduttori dal greco al latino di numerosissime opere antiche. Come storico parte esplicitamente dal lavoro del Fazello migliorandolo in più punti.

La fine del secolo è segnata dalla presenza di studi filosofici ed estetico-letterari di orientamento neoplatonico, tra i quali ricordiamo almeno Pietro Calanna e Leonardo Orlandino.

Nel Seicento il latino continua la sua lenta ritirata come lingua amministrativa e colta sempre più “alta”, a favore del volgare.

In latino continua naturalmente tanto la letteratura storica, quanto quella scientifica, giuridica, filosofica e religiosa.

Come generi “nuovi” possiamo ricordare la prosa teatrale sacra, parte della quale proprio in latino, nella quale giocarono un ruolo importante i Gesuiti, ma anche lo studio delle lingue orientali ad opera di missionari siciliani. Valga almeno ricordare Francesco Maria Maggio con il suo Syntagmata linguarum orientalium del 1643 o Prospero Intorcetta con il suo Sapientia Sinica (Sapienza Cinese) del 1662.

La cultura storica annovera fra gli altri Rocco Pirri (1577-1651), con la sua Chronologia regum (Cronologia dei re) e sostenitore delle ragioni storiche dell’autonomia della Chiesa di Sicilia dal Papa nella sua Sicilia sacra (1630-49), ciò che gli valse la “messa all’indice” (cioè la censura papale) per aver difeso i diritti della Sicilia.

Fra gli studiosi di diritto ricordiamo almeno il catanese Mario Cutelli (1586-1654), Maestro Razionale (cioè, più o meno, giudice della Corte dei Conti), autore di una coraggiosa polemica contro l’Inquisizione spagnola. Cutelli, che era fra l’altro uomo colto che scriveva anche di etimologia, pubblicò nel 1636 un’esposizione ragionata del diritto siciliano (Codicis legum sicularum libri quattuor) in cui non solo indica con cognizione storiografica esatta la progressiva formazione del diritto del Regno di Sicilia ma propone le necessarie riforme in quelli che considera i suoi punti deboli.

La Sicilia filosofica vede attardarsi, infine, la cultura ufficiale nell’aristotelismo tomista o, tutt’al più, nel platonismo. Ciò era dovuto all’onnipresenza dei Gesuiti in Sicilia che avevano sì dotato l’Isola di un sistema diffuso e capillare di scuole, collegi e istituti di formazione superiore, ma che ovviamente caratterizzavano quella cultura secondo il più stretto conformismo. Ma alla fine del secolo Michelangelo Fardella (1650-1718) porta in Sicilia il razionalismo cartesiano secondo una visione eclettica, che faceva riferimento anche alle esperienze scientifiche di Galileo e allo spiritualismo di Agostino; fu in corrispondenza con Leibniz e conosciuto da Berkeley di cui anticipò la fondamentale intuzione “idealista” che l’essere consiste soltanto nell’essere percepito (esse est percipi).

Il Settecento vede, infine, il progressivo inaridirsi della letteratura latina di Sicilia, ormai insidiata dall’italiano persino nei suoi campi più tradizionali. Il campo che resiste di più, oltre a quello strettamente canonico e religioso, è quello degli studi giuridici. Dobbiamo a Francesco Testa le più ampie raccolte del diritto siciliano: Capitula Regni Siciliae (Capitoli del Regno di Sicilia), in chiave sistematica con l’annessa dissertazione De ortu et progressu juris Siculi (Nascita e progresso del diritto siciliano), dove in chiave storica si sostiene l’esistenza di un vero e proprio ordinamento giuridico nazionale, il “Giure Siculo”. Vincenzo Fleres si avventura invece (1759) nella teorica del giusnaturalismo o “diritto di natura”: Institutiones juris naturae (Istituzioni di diritto naturale). Ancora nel 1773 in latino Francesco Paolo Beltrano scrive il suo Juris Privati Siculi Elementa (Elementi di diritto privato siciliano, che poi, in appendice, affronta pure il tema della “procedura civile” e del diritto amministrativo dei suoi tempi) in cui sostiene che il diritto è di tre livelli: universale o comune o romano, provinciale o “nazionale”, municipale o feudale, dilungandosi poi sul secondo di questi livelli, considerando la Sicilia come una “provincia” o “nazione” a sé del grande universo romano-cristiano nel quale essa è pienamente inserita.

Ai primi dell’Ottocento il latino, incalzato dai nuovi eventi rivoluzionari, esce definitivamente di scena, dapprima dalle monete e dagli insegnamenti universitari, poi da ogni uso amministrativo o giuridico. Il Parlamento del 1810 proclama l’Italiano lingua ufficiale del Regno di Sicilia e questo costituisce un po’ l’atto di morte del latino. Dieci anni dopo entrano in vigore in Sicilia i “codici ferdinandei” che scacciano ogni legge vigente in Sicilia scritta ancora in latino.

Il prestigio dell’antica lingua non venne meno ma, fuori da usi strettamente ecclesiastici o di studiosi di letterature classiche, ormai essa apparteneva al passato. Il latino sopravvisse, e in piccola parte sopravvive tutt’oggi, solo come lingua liturgica della Chiesa Cattolica di cui ha seguito i destini o come soggetto per gli appassionati cultori della classicità o del latino come lingua viva (finanche con la pagina latina di wikipedia), ma non diversamente che altrove.

Rispondi