IL GATTOPARDO E L’ANTIGATTOPARDO. LA SICILIANITA’ DEI NATI IN SICILIA E DEI SICILIANI, A CONFRONTO. (I PARTE)

di PIER FRANCESCO ZARCONE

Dei due romanzi qui a raffronto uno (Il Gattopardo) è notissimo mentre l’altro è ingiustamente ignorato al di là degli specialisti di studi letterari, e non è facilmente reperibile a meno di scoprire che nel 1998 fu rieditato dalla benemerita casa editrice palermitana Flaccovio. Come si dirà qui appresso, i motivi di questo oblio non dipendono dalla qualità letteraria dell’opera di Maggiore, ben scritta e di agevole lettura, senza le «pesantezze» stilistiche in cui a volte il lettore si imbatte nel Gattopardo, bensì nella sua non riciclabilità nell’attuale contesto culturale e politico.

In questa sede si prescinde dalle rispettive qualità letterarie dei due romanzi, dando invece rilievo agli aspetti socio-politici. Il romanzo di Giuseppe Maggiore (1882-1954), pubblicato nel 1952, fu di poco precedente a quello di Tomasi di Lampedusa (1896-1957), editato nel 1958, e qualcuno parlò di plagio compiuto dall’autore del Gattopardo. Tuttavia è sufficiente la mera lettura dei due testi per rendersi conto dell’infondatezza di tale accusa: di comune fra essi c’è solo l’ambientazione isolana, l’appartenenza dei protagonisti alla nobiltà siciliana ottocentesca, il loro nome di battesimo (in entrambi i casi Fabrizio: Fabrizio Cotarda in Sette e mezzo e Fabrizio Corbera nel Gattopardo), il periodo storico post-unitario e l’induzione a riflettere sulla sicilianità. Per tutto il resto sono nettamente opposti, tanto che il romanzo di Maggiore a volte è stato giustamente definito «l’antigattopardo».

Riteniamo essenziale la riflessione sulla sicilianità. Di per sé si tratta di un argomento complesso, a motivo della gamma di sfaccettature offerte dalla realtà siciliana, con l’aggravante del doverla affrontare spesso e (non)volentieri in base al noto principio «quel che appare non è, e quel che è non appare». Tale è la complessità dell’argomento che lo si è sceverato anche in termini psicologici e psicoanalitici, con interpretazioni tanto abbondanti quanto poco conclusive; e probabilmente sarà sempre così.

Nei due romanzi compaiono due sicilianità opposte: nessuna è inventata ed entrambe esistono nella realtà siciliana. Quella del Gattopardo è disperante, per la sua totale vuotezza di ideali, senso della giustizia e dell’onore (inteso come dignità personale granitica, senso del dovere, fedeltà ai propri ideali liberamente scelti e alla parola liberamente data, ribrezzo per i voltagabbana sempre pronti a salire sul carro dei vincitori del momento) privilegiando la ricerca – o il mantenimento – del potere e del denaro. I cardini di questa impostazione esistenziale sono il principe Fabrizio Corbera di Salina e il nipote Tancredi Falconeri. Riguardo al primo è paradigmatico il colloquio con l’inviato piemontese Chevalley, e per il secondo basta la spregiudicata e amorale disinvoltura nel «mutar di casacca» a seconda del soffiare del vento, che ne fa un degno compare e degno genero dello squallido Calogero Sedara. La posizione del principe-zio è sicuramente più socio-filosofica, ma non meno cinica e moralmente squalificante. Inoltre questo epigono di un ceto di sfruttatori del popolo e della Sicilia compie una rappresentazione parziale e di comodo di una sicilianità la cui asserita paradigmaticità andrebbe invece storicamente attribuita al secolare dominio della nobiltà espressa proprio da Tomasi di Lampedusa: Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali […]. Tutte le manifestazioni siciliane sono manifestazioni oniriche, anche le più violente: la nostra sensualità è desiderio di oblio, le schioppettate e le coltellate nostre, desiderio di morte […]; il nostro aspetto meditativo è quello del nulla che voglia scrutare gli enigmi del nirvana. […] le novità ci attraggono soltanto quando le sentiamo defunte, incapaci di dare luogo a correnti vitali; da ciò l’incredibile fenomeno della formazione attuale, contemporanea a noi, di miti che sarebbero venerabili se fossero antichi sul serio ma che non sono altro che sinistri tentativi di rifiutarsi in un passato che ci attrae appunto perché è morto.

Nel Gattopardo, in aggiunta a questa «filosofia del nulla», c’è un aleggiante senso di morte, senza però quell’ironia sulla morte che sovente compare nel retaggio culturale siciliano e che per certi aspetti lo accomuna a quello iberico, come fare festa il giorno dei morti e offrire dolci detti «testa di morto». A fare dell’impostazione di questo romanzo la radiografia del popolo siciliano tout court non basta ad ogni modo la corrispondenza tra il principe di Salina e Tancredi da un lato e dall’altro la realtà della classe politica siciliana dominante, a cui dal 1860 a oggi si deve la mala gestione dell’isola talché Pietrangelo Buttafuoco non ha avuto tutti i torti a parlare di «buttanissima Sicilia». Va pure considerato che nella rappresentazione della Sicilia effettuata da Tomasi di Lampedusa esistono solo il modo di essere del principe di Salina, di Tancredi e di Calogero Sedara (don Ciccio Tumeo non conta, perché oppositore passivo e quindi inesistente). Soltanto questo, talché se ne inferisce una valenza globale.

Il raffronto con Sette e mezzo porta invece a concludere per la non esaustività del quadro offerto da Tomasi di Lampedusa, tanto da domandarsi se la Sicilia da lui raffigurata in termini esclusivi non vada al di là di una metafora del modo di essere proprio di quell’aristocratico autore.

(FINE PRIMA PARTE – continua)