La Sicilia post-mafiosa. Dove stiamo andando?

 

Ebbene sì, Cosa Nostra, come l’abbiamo conosciuta sino ad ora…. non esiste più. Oggi la vera delinquenza organizzata veste i panni della politica e degli affari (anche sotto il vessillo dell’antimafia). Gli unici ad esserne nostalgici sembrano essere in Italia. Come sarà la Sicilia senza Cosa Nostra?…

 

Diciamolo francamente, non se ne può più del circo mediatico intorno alla morte di un farabutto, traditore della patria, miserabile, come Bernardo Provenzano. Special televisivi e articoli di fondo qua e là. Alla fine sembra quasi che sia morto chissà quale eroe. A noi Siciliani Liberi invece non importa proprio nulla. Non importa nulla perché Provenzano è morto psicologicamente da molti anni e la sua organizzazione, Cosa Nostra, è ormai irrimediabilmente allo sbando. E l’accanimento del 41-bis, che avrebbe dovuto avere finalità dissuasorie rispetto alla possibilità di non collaborare con la giustizia e non semplicemente afflittive, è stato prorogato oltre ogni ragionevole limite, non “per farlo parlare” (come sarebbe a rigore nella logica delle leggi), ma – al contrario – per “NON farlo parlare”, anche in stato di parziale demenza, anzi forse proprio perché in stato di parziale demenza, affinché non confessasse che il principale storico alleato di Cosa Nostra, sin dalla sua fondazione (1860) è proprio lo Stato italiano, che si è quasi sempre servito dei servigi di questa associazione criminale per tenere zitta e buona la Nazione Siciliana, da allora incatenata allo Stivale.

A noi sembra francamente che in Italia persone come Provenzano “manchino” a qualcuno. Per molti italiani accettare l’idea che la mafia siciliana in un certo senso non esiste più è come accettare l’idea che non ci siano più la Luna o il Sole: viene a mancare un punto di riferimento essenziale cui rapportarsi. Se la Sicilia non è più mafiosa come continuiamo a fare i telefilm di m….. come “Romanzo Siciliano” e altra immondizia televisiva simile? E soprattutto come costruiremo carriere politiche e concretissimi affari nel nome sacro dell’antimafia?

L’Italia ha costruito la propria identità avendo costituito un “cattivo”, un “criminale” per definizione cui rapportarsi. Questo era la “mafia”, quintessenza dell’identità siciliana per definizione. Senza la mafia che Sicilia è? E se non ci sono i Siciliani a recitare il ruolo dei cattivi, dei mafiosi, chi sono allora i cattivi?

Appunto che Sicilia è? Potrebbe essere una Sicilia che non solo non è più mafiosa, ma non sarà più neanche italiana. Le due cose si tengono come le due facce di una stessa medaglia. Separarle potrebbe essere molto pericoloso per gli attuali interessi dominanti.

Non vogliamo dire che non ci siano malavitosi in giro, che non ci sono associazioni a delinquere che cercano di controllare il territorio, soprattutto dove lo Stato è assente, che non c’è più nessuno che chiede il pizzo. Quella che è collassata, però, è la più grande, organizzata e istituzionale di queste associazioni, quella “Cosa Nostra” che si era costituita all’indomani dello sbarco garibaldino per confluenza di varie consorterie criminali che si erano create nei decenni borbonici precedenti, che il regime fascista aveva disarticolato, inquadrandola nei ranghi del partito e della milizia, e che lo sbarco americano aveva rimesso saldamente in sella. Quell’organizzazione, in un certo senso, oggi non c’è più.

Tralasciando la storia più remota, fu la Sicilia repubblicana a rimettere in sella i mafiosi, anzi a renderli potenti come mai prima. Dalla fine degli anni ’50, i “giovani leoni” fanfaniani (poi andreottiani, come Lima, Gioia, Ciancimino), pensionarono i vecchi borghesi cattolici del primo autonomismo e scelsero di governare direttamente la Sicilia, con effetti devastanti. Nel Regno d’Italia, almeno, la classe dirigente era ancora aristocratica, mentre ai mafiosi era delegato un “basso” potere. Ora la mafia si fa sistema e domina e controlla tutto in Sicilia. Il cambio generazionale degli anni ’70 porta Cosa Nostra al centro dei traffici globali illeciti, creando la prima “superpotenza” del crimine.

Poi, travolta dalla sua stessa grandezza, inizia la crisi, lenta, progressiva, inesorabile. Quando la mafia, probabilmente su commissione, uccide il Presidente della Regione Mattarella, è il primo autogol che commette. Seguono, per forza, leggi speciali, viene mandato il superprefetto Dalla Chiesa. Lo Stato/mafia deve sbarazzarsi anche di lui. Ma la politica del terrore, che arriva sino alla terribile estate del 1985, crea sconcerto in una società fino ad allora acquiescente.

Iniziano i maxiprocessi, le collaborazioni di giustizia, gli sfaldamenti interni in alcune province, dove altre “mafie” (la Stidda, più famosa di tutte) si mettono in proprio. Dopo che la mafia, sempre su commissione, uccide Falcone, nel 1992 e poi le viene attribuito anche l’omicidio di Borsellino (per il quale, probabilmente, i committenti fecero da soli), il destino della mafia è segnato, è solo questione di tempo.

No, non è lo Stato ad aver sconfitto l’antistato come ci raccontano. Sono stati i Siciliani, da soli, che a un certo punto l’hanno rigettata dal profondo. I commercianti di Capo d’Orlando prima, Addio Pizzo dopo, a poco a poco ci siamo stancati di questo fango, di questo letame,… E’ iniziata la “crisi di vocazioni” mafiosa, le stesse famiglie mafiose si sono evolute, venendo a mancare la figura silente e sottomessa delle “donne di mafia”, pronte a coprire qualunque scelleratezza dei loro mariti, il “codice d’onore” si incrina e perde smalto…

E’ bastata una generazione per disarticolare la “cupola”, per disgregare, retata dopo retata, interi mandamenti. I superstiti della vecchia guardia, Messina Denaro in testa, sono dati in fuga all’estero. Certo, mai abbassare la guardia. Ci sono ancora “sacche di resistenza”, soprattutto nel degrado, nella povertà, nel sottosviluppo. Ma assomigliano sempre più alla delinquenza comune, miserabile, non più capace di creare quel cortocircuito tra consenso elettorale e protezione politica che era la principale caratteristica del passato.

Insomma, la Sicilia di oggi, che piaccia o no, è una Sicilia “post-mafiosa”, cominciamo a prenderne coscienza e sarà meglio per tutti, anziché crogiolarci anche noi in vecchi stereotipi. Il grande potere globale non ha più bisogno di questi scagnozzi, né la società siciliana è più in grado di esprimerli. Se ancora ci sono, sono all’angolo, alla frutta. Oggi la vera mafia è italiana, quella militare, radicata nelle principali regioni dell’Italia meridionale, Calabria in testa, quella affaristica nelle principali città, Roma e Milano in testa. Qui, in Sicilia, è emigrata pure lei.

Ma l’Italia non sa fare a meno ancora dello stereotipo della Sicilia mafiosa, ha inconsciamente paura che una Sicilia senza mafia se ne andrà, prima o poi. Infatti, la principale obiezione (di retroguardia culturale) che incontriamo noi indipendentisti ancora oggi è “ma se diventiamo indipendenti diventiamo la ‘Repubblica della mafia’?” Come se la Sicilia italiana fosse stata la culla della legalità…

Ma cosa resta, in realtà, in Sicilia dopo la mafia? Resta un cumulo di macerie e di malaffare, comunque. Intanto resta la “cricca dell’antimafia”, che oggi costituisce la vera e più pericolosa consorteria capace di avere effetti eversivi e malavitosi, anche senza “sparare un colpo” (così almeno speriamo). Una cricca capace di spartire appalti e di paralizzare qualunque ambito sano e vitale dell’economia siciliana. E poi resta il vuoto, desolante, la disperazione, la disoccupazione, il collasso dei servizi pubblici. La Sicilia post-mafiosa sembra terra attraversata da orde barbariche che la saccheggiano, delinquenza e corruzione non più pianificate, non più strutturate, ma endemiche, la Sicilia sembra oggi aver toccato il fondo. Ma, nella sua povertà, sembra finalmente libera da un condizionamento che l’ha tenuta incatenata per 150 anni circa.

I giovani siciliani di oggi neanche sanno che cosa era la mafia, non l’hanno vissuta, non la “capiscono” fino in fondo, non la “sentono”, e forse è meglio così. Sono già alieni da quella sottocultura, e sono perciò la nostra migliore speranza. Con loro la Sicilia si libererà, è solo questione di tempo. E quando si libererà, non si libererà solo dei rimasugli del potere mafioso. A che c’è, si libererà anche della condizione di colonia alla quale il sistema statale italiano la tiene inchiodata da troppo tempo.

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