Quanto spende l’Italia per la Sicilia? Operazione verità

 

Continuiamo il nostro viaggio sulla presunta dipendenza finanziaria della Sicilia dall’Italia.

La Sicilia? Palla al piede d’Italia. L’indipendenza? Follia, moriamo di fame.

Abbiamo già visto (in parte) quanto l’Italia prende dalla Sicilia. Ci siamo concentrati sulle accise petrolifere. Ci ritorneremo su altre voci.

Ora facciamo un altro discorso.

Quanto spendono per noi le amministrazioni statali?

Prendiamo a riferimento come al solito i conti pubblici territoriali (2013) e se li volessimo aggiornare sarebbe solo per tenere conto dei più recenti tagli. Trascuriamo le spese in conto capitale, che sono davvero trascurabili, e concentriamoci su quelle di parte corrente.

La tabella è quella di cui sopra.

Apparentemente si tratta di 34 miliardi 781 milioni e qualcosa. Un’enormità. Ma il lettore va guidato in questa tabella.

I 4 miliardi circa di “Amministrazione generale”, infatti, non sono soldi spesi in Sicilia, ma l’attribuzione alla Sicilia del costo degli organi dello Stato centrale: Parlamento, Presidenza della Repubblica, e così via. Questi 4 miliardi, se la Sicilia fosse indipendente, non potrebbero certamente venirceli a chiedere. Sono spese italiane a tutti gli effetti.

Così un altro miliardo di “Spese non ripartibili”. Cioè oneri vari dello Stato italiano che vengono ripartiti tra le varie regioni secondo criteri che possono essere accurati quanto si vuole, ma che noi non sosterremmo se fossimo indipendenti.

La somma si riduce a 29 miliardi.

Poi ci sono i circa 19 miliardi di pensioni, cassa integrazione e trattamenti previdenziali simili.

Per semplicità mettiamo che sono tutte pensioni (le altre forme di previdenza sono trascurabili). Questi 19 miliardi non li mette lo Stato. Sono soldi che l’INPS deve ai pensionati siciliani a fronte dei diritti che questi hanno maturato attraverso le loro contribuzioni. In caso di indipendenza l’INPS resterebbe comunque obbligato a far fronte a questi trattamenti pensionistici. Il o i nuovi enti previdenziali siciliani potrebbero rispondere solo delle pensioni per i contributi raccolti dalla data dell’indipendenza in poi. Naturalmente ci vorrebbero accordi, regimi transitori, ma quei soldi non sono spese dello stato graziosamente elargite alla Sicilia, sono soldi nostri, dei nostri pensionati, che lo Stato ci deve. Su questo non si scherza.

Tolti anche questi 19 miliardi restano 10 miliardi.

Naturalmente, dentro questi 10 miliardi ci sono anche le spese centrali e le spese all’estero ribaltate sulla Sicilia. Ad esempio, nel miliardo di spese per la difesa, non ci sono solo le spese per le caserme, basi navali e aeree siciliane, ma anche la quota parte della Sicilia delle missioni “di pace” all’estero, o della quota parte del costo dello Stato Maggiore di Esercito, Marina e Aeronautica, attribuite alla Sicilia. Tutti costi che, in caso di indipendenza, non sarebbero sulle nostre spalle. Ma pure sia. La Sicilia dovrebbe certo dotarsi di un corpo diplomatico e consolare, mettiamo che l’una cosa compensi l’altra.

Notiamo che in questi 10 miliardi sono “nascosti” ben 3 miliardi di “assistenza e beneficenza”. Non è chiarissimo cosa ci sia dietro, ma si tratta in gran parte delle rendite INAIL per gli infortuni sul lavoro, o assegni di invalidità. Si tratta, quindi, in gran parte, di spese per le quali gli enti previdenziali hanno percepito i relativi contributi e delle quali sono debitrici, e tali resterebbero anche in caso di indipendenza.

7/8 miliardi sono quindi le spese che lo stato svolge direttamente per la Sicilia, ad essere prudenti, su un bilancio statale di centinaia di miliardi.

Sorprenderà forse il lettore vedere che in molti cassetti ormai lo Stato non ci mette più nulla. E i dati successivi al 2013, non ancora disponibili, sono anche peggiori. Si pensi ai 110 milia euro per lo smaltimento dei rifiuti che quindi è a totale carico nostro già ora, come se fossimo indipendenti, anzi peggio perché lo Stato ci impone come e quanto spendere a favore di aziende del Nord per tale smaltimento. Oppure ai 12 milioni 200 mila euro per l’industria e l’artigianato.

In pratica indipendenti lo siamo già, e non lo sappiamo, ma solo dal lato delle spese. Per le entrate, quelle no, quelle ce le dividiamo con lo Stato che fa la parte del leone.

La voce più grossa, ancora a carico dello Stato, è l’istruzione (scuola + università) che non arriva a 3,5 miliardi l’anno (nel 2013, oggi certamente meno).

A questi vanno aggiunti i circa 3 miliardi (sono un po’ meno in realtà, stando alle previsioni più aggiornate) di trasferimenti dello Stato alla Regione (circa 2,5 miliardi, quasi tutti per la sanità), ai Comuni, qualche centinaio di milioni, ai Liberi Consorzi (ex province), solo 6 milioni.

In tutto quindi non più di 10 miliardi l’anno. Questo è quello che lo Stato oggi spende per la Sicilia, tutto incluso.

E, a fronte di questi 10 miliardi, lo ricordiamo, si prende 16 miliardi circa (sempre fonte CPT) fra imposte dirette, indirette (Iva + Accise) e altre entrate proprie, già al netto di quelle che poi devolve alla Regione, si prende un altro miliardo circa di “contributo al risanamento” della finanza pubblica statale, una somma imprecisata, fra i 3 e i 4 miliardi, di art. 37, cioè di redditi d’impresa maturati in Sicilia e riscossi altrove. In tutto si prende, quindi circa 20 miliardi per spenderne 10, con un guadagno netto, dalla colonia Sicilia, di circa 10 miliardi l’anno. Abbiamo idea di quello che si potrebbe fare con 10 miliardi l’anno di minori tasse o maggiori servizi al cittadino o, ancora, infrastrutture?

Ecco perché dobbiamo restare italiani.

Girate e fate sapere la vera ragione per cui la Sicilia è “povera”.

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