I comuni posso andare in dissesto, NON FALLIRE

 

La vicenda del Comune di Acate, letteralmente “fallito” più che “in dissesto” è un caso di scuola, ma è anche un campanello di allarme per tutta la Sicilia.

 

Non pretendiamo di conoscere per filo e per segno ciò che ha condotto un Comune siciliano alla paralisi amministrativa. Certamente saranno stati fatti errori amministrativi e politici, anche gravi. Abbiamo alcune notizie, su un tentativo di “defiscalizzazione” che sarebbe stato “punito” dal Governo italiano, ma sono notizie di seconda mano. Dovremmo approfondire con un esame diretto dei documenti, e tutto sommato non è il caso. Qui la vera questione è un’altra, ed è molto più preoccupante.

Un Comune che non paga i propri dipendenti da 5 mesi, la difficoltà a trovare il toner per la stampante, e chissà in quali condizioni si trovano i servizi pubblici, anche quelli essenziali. Roba da stato africano indebitato con il FMI. È incredibile che questo possa accadere nella nostra Sicilia nel XXI secolo.

Quello che ci preoccupa è la normativa che regola il dissesto dei Comuni. Ci può anche stare il fatto che, in presenza di una cattiva gestione, per qualche anno i tributi comunali siano tenuti ai livelli massimi, e i servizi ai minimi, ci può stare che non ci siano – nei limiti del possibile – assunzioni, né avanzamenti di carriera o straordinari. Una “cura da cavallo”, per un periodo limitato, può fare da deterrente per gestioni troppo allegre.

Ma a tutto c’è un limite. Il “dissesto” si chiama “dissesto” e non “fallimento”, proprio perché il Comune non è una società privata, preordinata al profitto. Il Comune rappresenta una comunità civica, un insieme di cittadini, che restano tali, con i loro diritti, anche durante una fase di dissesto. Un Comune non può essere “aggredito” come una qualunque società per azioni fallita. Queste sono tecniche “greche” che devono essere tenute lontane dal nostro ordinamento, che non può scendere a questi livelli di barbarie. Se un Comune, come Acate, non ce la fa proprio più, la Regione e/o lo Stato devono COMUNQUE intervenire per garantire l’erogazione dei servizi essenziali ai cittadini, e – per erogare i servizi essenziali – si devono di necessità pagare gli stipendi ai dipendenti comunali. Se si dimostra che il Comune OGGI, e non ieri quando si è sbagliato (se si è sbagliato), sta facendo tutto ciò che è in suo potere per risalire la china, una comunità politica ha il DOVERE di aiutare i nostri concittadini meno fortunati.

Lo Stato italiano di oggi, che saccheggia miliardi l’anno in Sicilia, si comporta invece come un esoso banchiere, anzi come un usuraio, nei confronti dei propri stessi concittadini, condannandoli a “tagliarsi un piede” purché i debiti siano pagati sino all’ultimo centesimo.

Tutto ciò è semplicemente immorale. Oggi tocca ai nostri sfortunati concittadini di Acate, domani – stiamone certi – toccherà a qualunque altro Comune siciliano, forse a tutti. L’austerità di Crocetta, fondata sui regali dei tributi siciliani allo Stato, è finanziariamente insostenibile per tutti i Comuni Siciliani.

Nella Sicilia che vogliamo questo non accadrà più. Con Siciliani Liberi al Governo alla Regione attiveremo subito, che piaccia o no alla Corte Costituzionale, la potestà esclusiva sugli enti locali e renderemo effettivo il diritto degli enti locali, garantito dall’art. 119 della Costituzione, ad essere dotati di risorse sufficienti a garantire lo svolgimento delle funzioni loro affidate. Questo già dalla fine del 2017, se i “Siciliani Liberi” avranno mandato a casa la banda degli ascari che oggi sgovernano la Sicilia.

Ma poi, con la piena indipendenza, sarà la fine dell’austerità. Ricchezza, occupazione e libertà per tutta la Sicilia. E per Acate la fine di un incubo che presto potrà diventare quello di tutta la Sicilia.

 

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