I conti del furto coloniale: Parliamo di imposte dirette

La Sicilia è una colonia d’Italia. Dovrebbero scriverlo su Wikipedia e nei libri di testo, come un fatto istituzionale.

Non ci crediamo. Bene, parliamo di questo saccheggio a puntate.

Oggi parliamo solo di imposte dirette.

Fonti utilizzate: Statistiche sui Conti Pubblici Territoriali, Statitistiche del MEF e Rendiconto generale della Regione. Dati 2014.

Facciamo parlare i numeri, come sempre.

Lo Stato raccoglie in Sicilia di IRPEF 8.010,63 milioni dalle dichiarazioni dei Siciliani

Con le altre imposte dirette si arriva alla bella cifra di 10.425.

Cosa intendiamo per Imposte Dirette?

Lo chiediamo ai CPT che ci danno questa risposta:

«Incassi aventi natura di prelievo obbligatorio effettuati a valere sul reddito e il patrimonio dei contribuenti. Sono incluse pertanto le imposte sul reddito di famiglie e imprese (ex IRPEF e IRPEG), le tasse sui profitti e le plusvalenze, sulle vincite al gioco, le licenze per l’uso di mezzi di trasporto. Sono incluse in questa voce le imposte in conto capitale ossia quelle incassate in modo irregolare con intervalli non frequenti, generalmente a valere sul valore delle attività finanziarie e non finanziarie e sui trasferimenti di proprietà delle stesse (es. donazioni e successioni).»

Ecco, data questa definizione, scopriamo che i Siciliani non pagano soltanto questi 10 miliardi e mezzo circa allo Stato.

Pagano anche alla Regione 691,26 milioni di addizionale IRPEF.

E pagano anche imposte dirette agli enti locali, per complessivi 1.057,92 milioni l’anno, di cui 263,98 di addizionale IRPEF.

In tutto, quindi, abbiamo pagato la bella cifra di 12.174,18. Più di 12 miliardi l’anno “munti” da questi parassiti e nullafacenti dei Siciliani.

A questi vanno aggiunti i tributi che sono maturati in Sicilia e riscossi altrove.

La definizione di cui sopra è molto chiara: “Gli incassi …dei contribuenti”. Ciò che conta quindi è essenzialmente la sede legale del contribuente. Non importa dove ha prodotto il reddito. Quindi si tratta di una distribuzione regionale non ben fatta. L’unico tributo regionalizzato è l’IRAP. Ma anche quello è regionalizzato “male”: per semplificare, si regionalizza in funzione degli stipendi, cioè solo di una voce di costo. Sarebbe più logico che venisse regionalizzato su tutte le voci di costo ma anche sulla ripartizione dei ricavi per base geografica. È il classico e insoluto problema dell’art. 37 dello Statuto. Solo con l’indipendenza della Sicilia questa somma verrebbe alla luce.

Pensate che una sentenza della Cassazione ha stabilito che gli studi associati o le società tra professionisti con più associati in giro per l’Italia (pensate alle società di revisione) non ripartiscono l’IRAP in base al reddito dei partners, ma l’attribuiscono tutta alla Regione dove ha sede legale la società tra professionisti (cioè tutte alla Lombardia, per ovvi motivi). Insomma una brutta regionalizzazione.

Però, facciamo un’ipotesi minimale. Se l’IRES e l’IRE (cioè le imposte sui redditi delle società e degli enti non commerciali) fossero ripartite con la stessa percentuale dell’IRAP (e trascurando quindi pure l’IRPEF), si scopre che almeno 239,03 milioni l’anno sono CERTAMENTE prodotti in Sicilia come gettito fiscale, anche se riscosse altrove. Noi abbiamo il sospetto che con una corretta regionalizzazione, si stia parlando di miliardi, ma pure… facciamo questa ipotesi minimale.

Riepilogando: 12.174,18 riscossi in Sicilia, più 239,03 certamente prodotti in Sicilia, fa un totale di 12.413,21 milioni di euro prodotti ogni anno dalla Sicilia.

FIN QUI DA DOVE VENGONO, ORA VEDIAMO DOVE VANNO.

Dove vanno?

Gli enti locali si tengono le imposte che riscuotono, pari – come abbiamo detto – a 1.057,92 milioni.

La Regione, per Statuto, dovrebbe avere devolute integralmente tutte le altre imposte dirette. Ma – Rendiconto alla mano – si scopre che queste ammontano soltanto a 4.200,26 milioni.

Mancano all’appello 7,15503 MILIARDI!!

Come mai così tanti? In parte è effetto delle modalità di riscossione di questi tributi, che affluiscono direttamente ad altre agenzie regionali delle entrate (ad esempio le ritenute fiscali) nonostante il contribuente risieda in Sicilia.

In parte è dovuto, per le briciole che restano, alla falcidia del “contributo al risanamento della finanza pubblica erariale”, pari l’anno scorso a 1,3 miliardi circa. Ma in rapida crescita: l’anno prossimo daremo circa 2 miliardi o più.

Risultato: solo solo di imposte dirette scopriamo che 7 miliardi di imposte siciliane sono appropriate incostituzionalmente dallo Stato.

A giugno Renzi e Crocetta hanno fatto un accordo, controfirmato a dicembre da Mattarella, che suona più o meno così: “Cari Siciliani, basta con questi furti illegali, da ora in poi ruberemo “un po’ meno”, ma lo faremo legalmente e alla luce del sole. Se rinunciate al 29 % delle vostre imposte dirette, vi promettiamo che, fra tre anni, vi daremo VERAMENTE il restante 71 %.” Per questo Crocetta tuonava: “Finalmente la Regione ha risorse certe”.

Quindi, a spanne, il 70 % di 12 miliardi, ci toccano circa 8 miliardi e mezzo contro i 5,2 di oggi… 

Beato chi ci crede… Intanto Crocetta non trova i soldi per i disabili e non sa se trovarli mettendo un’altra tassa o taglieggiando ancor di più i Comuni già falliti.

Ma chiederli allo Stato? No, che c’entra?

L’indipendenza, oggi, non è solo una “opportunità”. È una vera necessità per la sopravvivenza.

Ma non finisce qua. Un altro giorno parleremo delle imposte indirette.

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