Il “Caso Mattarella”

Per l’Epifania del 1980 il massimo rappresentante delle Istituzioni Siciliane, quando la Regione non era il fantasma che è oggi ma una cosa seria, fu ucciso in un attentato terroristico.
A 40 anni di distanza i Siciliani non sanno bene perché mai il loro primo cittadino è stato ucciso così barbaramente.
Le uniche piste credibili sono due.
La prima è che la cooperazione con il PCI di allora, unita alle leve decisionali vere di cui allora disponeva la Regione, era “fuori tempo massimo”. Via Berlinguer dalla maggioranza italiana nel 1979, via i “comunisti” anche dalla Sicilia nel 1980. Secondo questa interpretazione il problema sarebbe stato internazionale e legato all’omicidio Moro. Però questa interpretazione, a meno che non ci sono cose che non sappiamo ancora, è un po’ debole. Da poco istituite le Regioni a statuto ordinario, il PCI amministrava felice e contento in Emilia, Toscana e Umbria. Cosa c’era di diverso in Sicilia? Poi il PCI di Berlinguer, con tutto il rispetto, non era certo Bordiga o Gramsci: il processo di “normalizzazione”, che avrebbe condotto le “sinistre” ad essere le più feroci difenditrici del capitale internazionale, era sì appena avviato allora, ma era ben avviato. No, pensandoci bene questa pista non mi convince. Non è paragonabile al viaggio a Mosca di Corrao nel 1960, ciò che determinò la repentina caduta del Governo Milazzo.
La seconda è la più sconvolgente. Volendo fare un po’ di pulizia (le famose “carte in regola”) a sua volta per potersi presentare al tavolo con lo Stato a poter chiedere ciò che per Statuto spettava alla Sicilia (le violazioni dello Statuto erano minori che oggi, ma c’erano sempre), Mattarella andò a fondo, talmente a fondo da scoprire che la mafia non era altro che un pezzo “segreto” della forza pubblica dello Stato italiano, strettamente legata a pezzi importanti della politica e dei servizi. Cioè aveva scoperto che la mafia non era una cosa siciliana, ma una cosa “italiana”, utilizzata per tenere sotto scacco la Sicilia. A quel punto decise di rivolgersi al Ministro dell’Interno Rognoni per chiedere aiuto…
Se questo si fosse saputo la Sicilia sana sarebbe diventata indipendentista l’anno dopo. Ma a tutti conveniva la “vulgata” dello Stato buono, ITALIANO, contro la mafia cattiva, SICILIANA. A tutti, prima di tutti anche all’opposizione del PCI che sulla retorica dell’antimafia, e del suprematismo morale della sinistra, già allora costruiva in Sicilia il suo orticello minoritario.

E allora? E allora queste due ipotesi investigative sono state insabbiate entrambe, ed è rimasta alla storia la “favoletta”: Il Presidente buono ucciso dalla mafia cattiva. Poco dopo, non dimentichiamolo, un altro protagonista della stagione delle “carte in regola”, Pio La Torre, fece la stessa fine. E – guarda caso – era a capo della corrente “autonomista” del PCI, l’unica che poteva dare qualche fastidio alla dominazione coloniale, tenuta sotto chiave a doppia mandata con l’aiuto degli sgherri del disonore.
In compenso parenti e discendenti (per non parlare degli amici e consulenti, poi diventati protagonisti indiscussi della vita politica municipale palermitana) del martire sono stati gratificati e santificati sino ad oggi, senza che si conoscano loro meriti nel difendere quella stessa Sicilia che trucidò il congiunto né nel contribuire a gettare un raggio di luce su quelle verità. E questo ancora fino ad oggi.
In questo forse, questi amici e parenti, più in continuità con quell’opaco genitore di Piersanti Mattarella dalla cui pratica politica il generoso figlio voleva scostarsi.
E siccome, dopo 40 anni, quegli equilibri sono ancora immutati, dubito che si possa oggi arrivare alla verità.
I Siciliani, oltre che essere uccisi quando alzano la testa, possono ancora essere impunemente insultati e ingannati.

Massimo Costa

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