La gelida primavera dei traditori di Palermo

Ci sarebbe una sola cosa dignitosa da fare per il Sindaco, dopo aver visto i video e ascoltato le intercettazioni delle telefonate del funzionario comunale da lui nominato – nonostante la gravissima condanna per reati penali urbanistici – a capo della commissione che dovrebbe selezionare i fornitori delle nuove linee del tram: dimettersi immediatamente. Ma non lo farà. Lo farebbe se fosse guidato dalla ricerca del bene comune o dal buon senso.
Nel 2011 settanta professionisti palermitani (eravamo in tre a promuovere l’iniziativa) si autotassarono per pagare un progetto di rigenerazione urbana dello ZEN. Poco tempo dopo il prof. Tullio Giuffrè – allora assessore all’Urbanistica in una delle tante Giunte Orlando – incontrò a Roma il progettista, prof. Ettore Maria Mazzola, il quale gli illustrò i criteri di elaborazione del piano. Avrebbe potuto essere una delle fonti di ispirazione del nuovo Piano Regolatore della capitale siciliana: quartieri periferici belli e autosufficienti, dotati di tutti i servizi; residenze per tutti i ceti sociali, evitando l’emarginazione dei proletari nei ghetti; uso di tecniche tradizionali adoperate da artigiani locali. Invece fu una delle numerose delusioni a cui ‘u sinnacu ha per decenni abituato i palermitani. Parole ben studiate a cui non seguono i fatti. Il prof. Giuffrè venne sostituito dall’arch. Gini. Il PRG tornò a dormire sonni tranquilli nei cassetti del Comune. E le periferie della città continuarono ad essere abbandonate a sé stesse, tranne durante le passerelle elettorali.
Leoluca Orlando ha appena presentato un suo libro di racconti: “Il tempo dell’elefante”, l’ennesima trovata dell’insuperabile affabulatore per raccontare sé stesso, convinto così di raccontare Palermo. Come quando rivelò ad un giornalista del Corriere della Sera di essersi messo a dieta perché l’immagine di un sindaco è l’immagine della propria città.
Grazie a Dio non è vero: Palermo è ben altra cosa, anche se adesso, e da anni, si spopola sempre di più per la grave crisi economica che investe Italia e Sicilia. O almeno lo è stata, una città ricchissima, prima di essere ridotta a capoluogo di una colonia interna dello Stato Italiano. Occorrono palermitani liberi per raccontarla, esattamente come occorrono siciliani liberi per raccontare la Sicilia. E per liberarla.
Non la può certo raccontare quella parte compromessa della borghesia palermitana (pochissime famiglie in fondo), di tutte le formazioni partitiche incluso ovviamente l’ex Partito comunista ed i suoi eredi, la quale trova il proprio tornaconto nel deliberato malgoverno del territorio. Non può certo descriverla, Palermo, quella pseudo sinistra radical chic locale, quella delle “Sardine” al servizio degli stereotipi mainstream, che non ha letto nulla di utile per affrontare i problemi reali di giustizia sociale, che ogni anno più gravi affliggono la metropoli siciliana. Per non essere da meno nel carnevale prolungato, la Lega Nord pesca nella vecchia destra, nel centro e tra gli indagati, tutti presunti difensori della Sicilia dalle mira rapaci di Zaia e Fontana. Un paradosso grottesco.
Perché malgoverno e perché mancato governo? Perché in fondo è questa la chiave di lettura di quarant’anni di egemonia orlandiana, una ventina da sindaco. Orlando aveva suscitato grandi speranze per tanti motivi: faceva parte di una famiglia dell’alta borghesia palermitana, non aveva bisogno della militanza partitica per campare; era un docente colto, con valide esperienze di studio in Germania; era stato nell’ottimo vivaio di giovani creato da Piersanti Mattarella; mostrava di avere capacità di guardare oltre. E invece, per motivi più o meno incomprensibili, non ha mai toccato i fili scoperti del degrado palermitano: né la corruzione degli uffici pubblici (primi fra tutti quelli dell’Edilizia Privata), né i gruppi di potere che si dividono i posti nelle municipalizzate affidandoli a dirigenti le cui capacità sono illustrate dal livello dei servizi pubblici (quelli da città del Terzo Mondo); né – come ci ricorda l’uscita pochi giorni fa di un valido dirigente comunale, che aveva chiesto pubblicamente di tornare a comandare la Polizia municipale – l’abusivismo di mercatini rionali o cimiteri comunali.
Chi ha pagato il prezzo più alto, in questi decenni, è stato il ceto medio, massacrato da imposte comunali tra le più alte in Italia, per riceverne in cambio servizi che vanno dall’attesa senza fine degli autobus, alle strade buie, a bollette dell’acqua magicamente aumentate in modo retroattivo, a strade dissestate e sporche come in nessun altra città italiana ed europea. Servizi che, se funzionassero affidati ai tanti giovani siciliani di alto livello, scientemente da Orlando esclusi da tutto in favore – spiegò al generale della Finanza nominato vice Sindaco per poche settimane nel 2012 – dei “miei amici”, avrebbero consentito lo sviluppo di attività imprenditoriali e artigianali.
Si dirà che Leoluca Orlando ha combattuto coraggiosamente la mafia. Può darsi. Di sicuro ha alimentato la mafia dell’antimafia, ben nota a tutti, al di là di come finiranno i processi Montante e Saguto. Si protesterà che lui aveva provato a dare una svolta alla politica siciliana e italiana con la creazione della Rete, che ottenne grandi risultati elettorali nel 1992 e nel 1993. Ma bisognava fare i conti in ogni caso con l’indisponibilità di Orlando a condividere i riflettori con personaggi carismatici come Fava, Dalla Chiesa e Novelli. Che infatti lasciarono la Rete dopo pochi mesi. Lo stesso Orlando liquiderà la Rete poco dopo, accontentandosi del ruolo di Sindaco di una città con le casse piene di soldi non spesi per oltre un decennio.
In fondo, dunque, quella di Orlando è una storia tristemente provinciale, che stranamente – malgrado le brillanti premesse – non è mai riuscita a imporsi al di fuori di Palermo e della cerchia palermitana. Nonostante i tanti articoli della stampa internazionale. Orlando fa infatti parte del consolidato sistema di potere internazionale degli ex sessantottini tedeschi e francesi ai cui ideali lui ed altri come gli ex giovani Dc bolognesi e di Trento aderirono da “cattocomunisti”. Perfette “mosche cocchiere” del grande capitale finanziario, che li userà per liquidare l’industria di Stato e varare quella cosiddetta “Unione Europea” che si accinge a crollare rovinosamente con la crisi finanziaria ormai imminente.
C’è ancora chi tirerà fuori il PPE (Piano Particolareggiato Esecutivo) per il centro storico. In effetti si tratta di un caso emblematico: è vero, è stata un’intuizione normare la ricostruzione in stile dell’edilizia minuta palermitana, bollata in Italia come falso storico e vietata. Ma il resto è un bluff, la violenza di chi impone case di carta senza servizi. Così il centro si è svuotato della vita vera ed è diventato sede della movida. In attesa di dare una mazzata con la ZTL anche alle attività di ristorazione e vendere gli immobili alle multinazionali (o al capitale cinese), per farne un grande centro commerciale. Senza considerare che la grande architettura del nostro passato regge solo se c’è una vita coerente con la propria vocazione originaria.
In fondo, il più grande rammarico di fronte alla statura di un politico che avrebbe potuto fare tanto è che, dopo quarant’anni al potere anche su licenza degli americani cui la sua famiglia è legata (il padre fu uno dei professori universitari nominati dagli americani dopo la conquista della Sicilia), non lascia alcuna opera significativa. Il tanto necessario Palazzo dei Congressi, per esempio. Palermo è oggi più povera, più spopolata, più rassegnata, più nostalgica di prima.
Per questo – lo ribadiamo – la capitale siciliana ha estremo bisogno di palermitani liberi da compromessi per iniziare a risollevarsi. È questo il sogno e lo scopo dei Siciliani Liberi, anche se dovessero attendere altri due anni di sofferenze e di guai inflitti da un’Amministrazione incapace e, come abbiamo appreso nei giorni scorsi, ormai priva di qualsiasi credibilità.

di Ciro Lomonte

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