La pesca siciliana non è nell’agenda del Governo Draghi

Sono acque pericolose […] perché dall’altra parte del mare c’è un paese la Libia che è ancora in un processo di pace […] Noi lavoreremo ad accordi ma non voglio dare illusioni, il paese Libia è ancora instabile.

Con queste parole, il 7 maggio c.a., Luigi Di Maio, evidentemente infastidito dalla vicenda del mitragliamento del peschereccio Aliseo e dalle rimostranze della marineria mazarese, liquidava le aspettative dei pescatori siciliani di lavorare in sicurezza nelle acque internazionali a sud dell’isola.

Che la Libia non sia un paese sicuro lo sapevamo bene, così come è abbastanza incerto che l’attuale tregua duri e che il processo di riconciliazione tra Tripolitania e Cirenaica prosegua.  Instabilità e pericoli che però non hanno mai minacciato seriamente gli interessi dell’Italiana Eni e delle altre industrie italiane nell’area, i cui impianti neanche quando imperversavano i tagliagole dell’ISIS hanno cessato le proprie attività.

Oggi, ad appena tre settimane di distanza da quelle dichiarazioni, la Libia è rapidamente divenuta tanto stabile e avanti nel processo di pace da permettere al ministro Di Maio un viaggio in pompa magna a Tripoli seguito, a pochi giorni di distanza, dalla visita del governo libico, quasi al completo, ricevuto con grandi onori a Roma dal presidente Draghi. Ce ne compiaciamo, ancora nella speranza che il ministro Di Maio onori le sua promessa di trovare un accordo sulla pesca in acque internazionali.

La cronaca però annuncia altro. La Farnesina e la Presidenza del Consiglio hanno infatti ben chiarito e indicato quali sono le aspettative della rinata cooperazione Italo Libica e neanche una parola –almeno nelle dichiarazioni ufficiali alla stampa- è stata dedicata alla soluzione dei problemi della pesca. L’attenzione è stata riservata tutta alle opportunità di investimento per le aziende di Stato e per i grandi e ben noti gruppi industriali italiani, o meglio settentrionali, per i quali è stato organizzato dal ministro Di Maio un “Business Forum” al ministero degli esteri.

Ci saremmo aspettati di vedere inserire la vicenda almeno tra le criticità da affrontare. Così è stato per la questione dei flussi migratori, probabilmente destinata a risolversi con un accordo a fronte di pagamento come avviene con la Turchia di Erdogan. Ma nulla di tutto ciò. Sulla pesca siciliana nell’area è calato solo un rigoroso silenzio.

A questo punto, con disincanto, possiamo dedurre che l’incidente che ha coinvolto il peschereccio Aliseo aveva tanto preoccupato e infastidito Di Maio perché ha rischiato di compromettere i vertici con il governo tripolino e gli affari milionari che sono stati presentati.  Ci spieghiamo anche la mancata reazione dell’unità Libeccio della Marina Militare, che ha permesso l’aggressione al peschereccio, anche se attendiamo sempre che un’interrogazione parlamentare o l’inchiesta della Procura della Repubblica facciano luce sull’evento.

Quello che è certo, e che la cronaca delle relazioni Italo libiche conferma, è che l’interesse dei Siciliani non trova e non potrà trovare mai spazio e sintesi dentro quelli dell’Italia. Gli interessi dell’Italia nell’area sono ben evidenti e li abbiamo visti esposti nel Business Forum organizzato da Luigi Di Maio. La politica italiana tutta –M5S incluso- rappresenta gli interessi dell’industria e della finanza settentrionale, non di certo quelli della Sicilia. Se poi il lavoro, l’impresa e il benessere dell’isola diviene di ostacolo –come nel caso dei pescherecci di Mazara- la politica italiana sa bene quale parte scegliere e come ridurre al silenzio la voce dei Siciliani per non disturbare gli affari italici.

Solo quando i Siciliani prenderanno coscienza di questo scenario e smetteranno di affidare la difesa dei propri interessi ai partiti italiani il destino economico della Sicilia potrà cambiare. Speriamo che la vicenda dei pescherecci mazaresi sia occasione di riflessione per i Siciliani.

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